• Apr
    01
    2009

Album

Team Love

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Alla base della congrega Felice trovi l’onestà robusta di chi per davvero è partito dal basso. Autentici fratelli, Ian, James e Simone hanno alle loro spalle la gavetta di due notevoli album e un passato prossimo di “buskers”, di gente che ha suonato per le strade e nella metropolitana per portare a casa, se non il pranzo, almeno la cena. Sembra una storia d’altri tempi e probabilmente lo è; un frammento di un’era che credevamo sepolta e invece no, perché al difficile terzo album i fratelli affermano forte e chiaro di essere qui per rimanere.

Perché in loro assapori la medesima capacità di affrontare il passato a testa alta rinnovandolo che appartiene agli Wilco e che, per un po’, avevamo scorto nei Grant Lee Buffalo: la “maniera” di The Band, ecco (All When We Were Young riparte da dove finiva I Shall Be Released: tutto dire). Quel raccogliere da terra i tasselli della tradizione, soffiare loro via la polvere con vigore e accostarli in configurazioni che, se non possono essere nuove in assoluto giacché niente lo è da Elvis Presley in poi, restituiscono un quadro d’insieme giammai piatto o ammuffito.

Non sappiamo cosa pensi Greil Marcus di questa formazione, ma non ci stupirebbe saperli in rotazione fissa sul suo stereo così come lo sono sul nostro: perché è la conoscenza della Storia a permettere di suonare Blonde On Blonde col senno dei Basement Tapes (Chicken Wire) e altrettanto con Blood On The Tracks e Time Out Of Mind (The Big Surprise, Boy From Lawrence County); oppure strapazzare il cajun (Run Chicken Run) e – accantonato per un attimo il santino di Bob Dylan – scrivere la più bella canzone di Leonard Cohen da chissà quanto tempo (Sailor Song). Solo così capisci come si riesca a percorrere trasversalmente i decenni per recare gioielli come la dolente Ambulance Man e una crepuscolare Katie Dear, rinfrescare il traditional Memphis Flu e gettarsi a testa bassa nella festaiola Penn Station.

Buttando nel calderone la consapevolezza di vivere nell’Anno Domini 2009, anche, che emerge da voci apparentate non solo all’onnipresente Bob ma pure a Steve Earle e Micah P. Hinson, dagli scricchiolii sparsi come fantasmi e nell’uso sapiente dello studio. Tratti distintivi che non istillano il dubbio del revival senza causa: come potrebbero esistere capolavori della profondità di Rise And Shine e Cooperstown, altrimenti? Fuori e dentro il tempo, acrobati su un filo e niente rete sotto, di Artisti così ne incontri sempre meno.

31 Agosto 2009
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