Live Report
Dal 11 Luglio al 13 Luglio 2019

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Il chiacchiericcio sul #newnormal, il nuovo corso simbolicamente iniziato in maniera maiuscola dal Primavera Sound di quest’anno, con un cartellone fatto al 50% da artisti donna, non ha necessariamente attecchito sui cugini portoghesi. Il cartellone del NOS Alive di Lisbona (11-13 luglio 2019) che, anno dopo anno, si sta guadagnando fette di pubblico, magari rancoroso nei confronti delle derive sempre più hipsterizzate dei festival iberici, è ancora vecchio stile. È, diciamo così, #theoldnormal. Ciononostante, si intuisce un tentativo timido di livellare le differenze di genere, laddove l’anno scorso si fece di tutto per appurare quelle razziali (Khalid, Sampha, etc…). A parte la grandezza di artisti come Grace Jones, fra le quote rosa (definizione aberrante) del festival, si possono contare Marina (dei The Diamonds), Sharon Van Etten, Jorja Smith, Tash Sultana, Robyn e, in qualche misura anche i Gossip. Forse non abbastanza per farne metà cartellone, ma si apprezza lo sforzo.

Precisiamolo subito, la qualità della line-up di quest’anno non era all’altezza di quella delle precedenti edizioni a cui abbiamo assistito. Ma questo conta poco. E le ragioni sono presto dette. Innanzitutto, il solito problema delle sovrapposizioni: quando in un festival c’è meno offerta, c’è anche meno dolore nel dover scegliere fra due artisti che suonano nello stesso momento. NOS Alive 19 ha limitato questa difficoltà al minimo. Secondariamente, gli orari. Malgrado D. Trump non sembri concordare, il cambiamento climatico è un fatto appurato. E Lisbona a 40 gradi alle 17:00 non è un’esperienza che si può certo raccomandare a nessuno. Quest’anno, le cose – per così dire – interessanti iniziavano intorno alle 19.30, con buona pace di sombreri e creme solari. E infine (collegandoci al punto precedente), gli orari rilassati e la line up con pochi nomi (degni di nota) ma buoni, ci hanno dato la possibilità di godere del festival più come vacanza/esperienza rilassante, che come “ansia di vedere tutto il possibile”.

Abbiamo già detto molto sulle qualità extra-artistiche del NOS Alive di Lisbona. Basti ripetere l’importanza che, a parere di chi scrive, ha la location: un parco (di erba sintetica, è vero, ma pure sempre parco) con vista sull’Oceano Atlantico, a poche fermate di treno da una delle città più “in” del momento. Lisbona, coi suoi odori, la sua cucina di pesce, la sua luce bianca, gioca infatti un ruolo determinante nella riuscita del NOS Alive. Che, dal canto suo, è un festival i cui aspetti logistici e organizzativi (a differenza di molti festival mediterranei) sono portati a compimento in maniera impeccabile.

E poi c’è la musica. Il giovedì, che era il giorno dei Cure, si è rapidamente toccato il tutto esaurito. Grazie, forse, anche all’apporto di alcuni “to watch” non indifferenti. Il primo è certamente Sharon Van Etten, che ha calcato il Sagres Stage con maestria, proponendosi come figura a metà fra autrice esperta e rocker da palazzetto. Il sound di alcuni brani tratti da Remind Me Tomorrow fuoriesce ruggente e accattivante, mentre i classici di Are We There? regalano momenti di tenera intimità. Il suo, fieramente sexy, si annovera fra i migliori set di questa edizione. E poi, poco più tardi sullo stesso palco, Jorja Smith ha svelato una fanbase della quale forse non ci eravamo accorti. Una “full house” di teenager canta a memoria ogni singolo brano del suo unico album Lost And Found. Quasi stordisce la popolarità dell’autrice soul r ‘n’b inglese, eppure, bisogna ammetterlo, il materiale c’è, perché lei si prende il palco con equilibrio e professionalità, caratteristiche che non sempre si addicono ai ventiquattrenni.

La stessa sera, i Cure ci ricordano di essere una delle più grandi live band viventi, con il solito set gremito di hits della loro quarantennale carriera. Si parte da Shake Dog Shake e, passando per le romantiche Inbetween Days e Just Like Heaven, si atterra su One Hundred Years (da Pornography). Una scaletta che inizia in chiave pop, con una Fascination Street in cui il lighting design sottolinea l’atmosfera giocosa e urbana del brano, e si sposta sempre di più verso tonalità più oscure, proprie dei primi anni della band (Play For Today, A Forest, Primary). Concludendo poi con un encore di pop songs (Lullaby, Friday I’m In Love, Close To Me, Boys Don’t Cry), i Cure hanno ricordato come creare una setlist da festival: soddisfacendo tanto i fan in cerca di materiale più ricercato (Just One Kiss, 39), quanto quelli che hanno voglia di sentire i grandi classici. Superbi.

Il venerdì è il giorno più tranquillo, al punto che, quando gli headliners Vampire Weekend salgono sul palco, c’è tanto spazio per muoversi e arrivare facili alle prime file. La band di New York, con un nuovo chitarrista e un gruppo di turnisti ben accordato, non è forse materiale da headliner. Eppure i Nostri riescono a mettere su uno spettacolo divertente, che i pochi del Parco di Alges hanno gradito. Fatta eccezione per una buona quantità di brani da Father of The Bride, il loro ultimo – buon – album, Ezra Koening e soci si orientano verso Modern Vampire of The City (Unbelievers, Worship You, Ya Hey), che non a caso è considerato l’album definitivo della band. Il loro pop non è mai banale e il set crea un livello di familiarità con il pubblico che è raro trovare in queste occasioni da festival. Proprio dei bravi ragazzi. Prima, però, sul Sagres Stage, si susseguono i set di Johnny Marr (al solito istrionico e iconico con la sua Fender Jaguar) e Tash Sultana. Il primo ha regalato alla folla di adoranti indie portoghesi un sing along di There Is A Light That Never Goes Out degli Smiths che non scorderanno mai, mentre la seconda ha svelato che, pop, reggae o reggaeton che sia, la one-person-band e una loop station possono non essere sufficienti per convincere tutti. Aggiungete che, poco dopo, sullo stesso palco Grace Jones ha mostrato di che materia sono davvero fatte le icone (persino a 71 anni!), e capirete perché.

Sabato si conclude con un triplice headliner: Bon Iver, Smashing Pumpkins e Chemical Brothers. Ognuno di essi, in definitiva, porta al pubblico del NOS Stage qualcosa da custodire nei mesi a seguire. Il primo lo fa con una scaletta fatta principalmente di brani della svolta elettronica (22 (OVER S∞∞N)715 – CR∑∑KS e moltissimi altri), con rare incursioni in For Emma For Ever Ago (Creature Fear, Skinny Love). L’atmosfera è magica e le digressioni psichedeliche, costituite da assoli di Stratocaster e sax, ricordano a tratti i Pink Floyd di Wish You Were Here. La band di Billy Corgan, invece, mixa alla perfezione i grandi classici della cultura post-grunge (Bullet With Butterfly Wings, Today, Disarm, Ava Adore) con episodi più recenti. La formazione, che alcuni anni fa sembrava aver perso completamente la bussola, si è ripresa grazie al recupero della line up originaria (al netto di Wretzky al basso). Jimmy Chamberlain alla batteria fa tutta la differenza, non solo nei brani in cui splende anche su disco (tipo The Everlasting Gaze), ma anche in quelli più recenti, che altrimenti non sarebbero così potenti (Solara, Knights of Malta).

Mentre sul palco piccolo ci sono gli IDLES e il loro (punk?) rock esplosivo fatto di riferimenti al sistema politico e sociale dell’Inghilterra contemporanea, con il loro fare a gara di crowdsurfing, e dall’altra Thom Yorke a proporre il lisergico viaggio fantascientifico di Anima, sul main stage i Chemical Brothers chiudono il festival in bellezza. Uno spettacolo di laser e visual, alcuni dei quali da elevare a titolo di vere e proprie opere di arte contemporanea. Il duo inglese condisce un’ora e mezza di live set senza tregua, con beat perforanti e hit dopo hit, toccando il momento migliore verso la fine, con la resa di Leave Home e Song To Siren (da Exit Planet Dust, del 1995!). Il sabato e il festival si chiude col botto, con un sold out preannunciato e un’ennesima conferma per NOS Alive, che si iscrive a pieno titolo nel gruppo dei migliori festival europei. Foto di Nyna Osadnik.

18 Luglio 2019
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