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Tre dischi in tre anni ed altrettanti percorsi che sembrano incrociarsi nelle produzioni a firma Fink. Tre sono anche gli attori di questa nuova prova, Bloom Innocent, nata nel segno del producer Flood e nel sogno del polistrumentista Tomer Moked, qui ispirato alchimista capace di far convivere il suono asciutto del banjo a quelli di strumenti tradizionali marocchini come il kamancheh. Tra i due, un Fink che sembra non aver esaurito la voglia di mettersi alla prova, sperimentare, allungare tempi e sovvertire modalità espressive.

Dopo aver sondato i terreni vividi del blues (Sunday Night Blues Club) e del folk (Resurgam), entrambi sospinti da un’ibrida carica elettronica, il Nostro torna ad una formula che rimescola nuovamente le carte poiché slegata da standard canonici, tanto che ogni brano dà l’impressione d’evolvere in forme sempre inattese. Un’attitudine costantemente tesa alla ricerca dell’atmosfera giusta – fondamentale da questo punto di vista il lavoro di Flood – dove il pop (Once You Get a Taste) incontra l’esoterico: un sentiero dove – paradossalmente – potrebbero convivere George Michael, Jonathan Wilson e Pink Floyd. E lo si avverte costantemente in questo Bloom Innocent, dove l’ossessione per il mood perfetto si fa portatrice di un significato nuovo per Fink: un lavoro meticoloso, sfiancante, che si riflette sugli 8 brani qui tirati su tempi che non vanno mai al di sotto dei 6 minuti, durante i quali assistiamo a mutamenti effettivi: stagioni, stati d’animo, volti, colori. Ritmi e battiti che vanno scurendosi (Out Loud), si fanno criptici (That’s How I see you Now), ritrovano luce (I Just Want a Yes) – alla stregua della scaletta del The King of Limbs di Yorke e soci – fino a schiantarsi sui tasti bianchi e neri di un pianoforte lacrimante, e la voce del Nostro a sbiadire come in un ricordo lontanissimo e doloroso (My Love’s Already There).

Bloom Innocent è una prova “ricca” che riesce ad incarnare – e bene – le tante anime del musicista britannico. Qui Fink crea tanti piccoli universi in cui lascia entrare l’ascoltatore, inducendolo ad abitare tempi dilatati e spazi di inattesa intensità. Una buona prova, se non altro coraggiosa di questi tempi.

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