• Apr
    01
    2006

Album

Warner Music Group

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At War With The Mystics è ripartire dalle nippo avventure di Yoshimi Battles the Pink Robots, smorzando gli armamentari elettronici in favore di chitarre e hammond, perché in queste canzoni deve vibrare una protesta che rivendica la creatività e, nello stesso tempo, scopre l’incazzatura di chi voleva continuare a sognare ed è stato, bruscamente, svegliato.

Yeah Yeah Yeah Song è il boogie del conformismo, danza acrilica di scimmiette elettorali che gongolano il capo in approvazione ebete. L’antidoto? Falsetti e voglia di rise above, tra backing vocals-ranocchi (il solito Ivins) e un ritornello ottimista, vero e proprio cabaret coltivato ad insofferenza. Back to the Seventies quindi, ritorno all’attivismo, al Country Joe giullare incendiario, al One Of These Days bombarolo dei Pink Floyd anti-vietnam (citazione flagrante nel prog mellifluo di Pompeii Am Götterdämmerung), al sit in lennoniano del come together ( Free Radicals, The W.A.N.D.). Poi, pausa, il soul da love boat dinoccolato ma flebile di The Sound Of Failure…, dove il fiabesco è però sintomo di una patologica amarezza.

Coyne e compagni affrontano il problema agitando il corpo catatonico della vittima, ovvero l’accadere meraviglioso dell’espressione. Per i Lips la coreografia sonora ipercromatica diventa una certificazione di vitalità e, quindi, di alterità rispetto all’imperio dei potenti. Perciò, un po’ come accadde in Zaireeka, le canzoni sono poco più che un pretesto su cui tramare il fantasmagorico ordito di apparizioni/visioni.

Attraversi questo disco come fosse un film dal soggetto un po’ fiacco – quei soul tiepidi che certi Edwin Moses si mangerebbero a colazione, quei funk che sembrano Prince sul tavolo autoptico, quelle ballad pastello come bignami Alan Parsons Project, però sorretto dagli stratosferici espedienti di sceneggiatura e dalle spericolate intuizioni della fotografia.

Per ogni melodia che si svolge piana c’è uno stormo di mirabilie soniche che la sbalzano (ti sbalzano) dal reale e, alla fine del programma, l’ascoltatore si ritrova frastornato, come se di questo b-movie fosse stato lo stuntman cui è toccato sfondare strati su strati di vetri-caramella, appiccicosi e colorati, tacitamente emblematici. Nei titoli di coda, qualcosa tipo Marvin Gaye meets Procol Harum: Goin’ On, ballatina per organo e voce, semplice e diretta come forse mai i Lips, senza che demorda però quell’aria burlesca sull’orlo di qualcos’altro.

Dietro gli scienziati/registi mattacchioni batte un cuore a misura d’uomo. Bisogna andare avanti. Keep On Dreaming

1 Aprile 2006
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