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La straordinaria capacità di modulare una vasta gamma di emozioni e sentimenti con grazia e levigatezza. Inoltrarsi nelle maglie di una realtà mostruosa che pare invincibile con il massimo dell’ironia e uno sguardo acuto e partecipe. Tutto questo e altro ancora è Cosa sarà di Francesco Bruni, film di chiusura della quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Ultimo film visto al cinema per molti, ma si spera per poco tempo (dato l’ultimo DPCM).

Attraverso la figura di Bruno Salvati/Kim Rossi Stuart, Bruni racconta la storia di una malattia che è solo il punto di partenza verso una riflessione esistenziale che va a toccare numerosi altri orizzonti. La relazione con l’ex-moglie che viene sviscerata da mutui scambi di sguardi e complicità taciute. La tanto decantata e scomoda fragilità del figlio che è anche la sua. L’indistruttibilità (apparente) della figlia maggiore fino all’inevitabile confronto: magnifico il momento in cui la figlia rivendica le proprie fragilità e debolezze e quelle lacrime troppo spesso soffocate per rispondere alle aspettative degli altri. Salvati è anche lui un cineasta, anche lui mai stato propenso a compromessi, senza tetto né legge: nel film lo vediamo ondivago, barcamenandosi continuamente tra quei film comici “che non fanno ridere” e un’inaspettata ricostruzione della propria identità, cercando di rimetterne insieme i brandelli e lembi più disparati.

Guardando Cosa sarà si ha l’impressione che l’attenzione per lo scavo di sensazioni ed emozioni poggi sulla consapevolezza della contraddittorietà – e imprevedibilità – del reale, per cui Bruni attraversa i conflitti dei suoi personaggi, percorrendoli e chiarificandoli con una lucidità di fondo impressionante, e che per questo va dritta a colpire i nostri sensi. L’andirivieni di Bruno Salvati è un tentativo che il cineasta romano fa per ritornare sui propri passi, radicandosi nuovamente nel profondo del suo cuore, con tutte le ambiguità e le zone d’ombra che questa necessità comporta, e soprattutto in quello degli altri, là dove si annidano altre pulsioni e comportamenti. Cosa sarà è un invito a cogliere la fragilità, che è qualcosa di cui avremo sempre bisogno per sentirci umani, che sia una donna o un uomo a farne esperienza. E cosa c’è di più bello della delicatezza? Nei rapporti umani; nella cura che riserviamo all’altro; nel modo di planare sulle cose. Anche quando si tratta di pesantissimi macigni.

La scrittura è essenziale per far leva su questa dimensione e Bruni ne fa un utilizzo impeccabile, costruendo delle psicologie finissime, presenti anche e soprattutto fuori dai confini dell’inquadratura. E un film che doveva essere tutto incentrato sui deliri e le ansie solipsistiche di un uno finisce, in questo modo, con l’avvolgere una pluralità di punti di vista e prospettive che va a poco a poco a (ri)costruirne la sostanza. Dando origine così a un film corale. Infine, in Cosa sarà Bruni non cerca mai l’identificazione immediata, andando a condurre, o meglio, ad accompagnare lo spettatore nel disvelarsi degli stati d’animo di Bruno e della sua famiglia. La scrittura si fa in questo senso progressivamente più leggera e precisa, anche grazie all’alternanza di registri stilistici dove la complessità del tema viene sfumata da un’ironia tenue e leggera.

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