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Mica facile trovare nuove cose da dire sui monumenti, angolazioni nuove da cui osservarli, o – meglio – scrutarli. Francesco Guccini è questo, tra le altre cose: un monumento. Seppure riluttante, fin dall’inizio ma col tempo sempre più, così tanto da aver chiuso nel 2012 l’attività di musicista, a “soli” settantadue anni. Del resto, non si può essere tutti Mick Jagger. Del resto, tra Francesco e la musica sembrava essersi rotto qualcosa. Irrimediabilmente. A quanto pare oggi non ascolta più nulla, lo stereo giace a prendere polvere, non tocca la chitarra da anni (parole sue). Restano le parole, e tanto vale allora impegnarsi nella scrittura, sua attività prima parallela, poi prevalente e infine unica, tra romanzi in proprio e in collaborazione con Loriano Macchiavelli (l’ultimo giallo della coppia, Che cosa sa Minosse, è uscito a ottobre).

Però, ecco, il punto su cui si concentra questo breve ma intenso saggio di Francesco Brusco è proprio il dualismo irrisolto – almeno dal punto di vista critico – tra scrittore e musicista. Vale a dire: come valutare opera e poetica di quella figura piuttosto equivocata che risponde al nome di cantautore? Quale Guccini è (stato) al massimo livello, in un suo peculiare modo capace di mettere particolarmente in crisi d’identità la categoria: e quindi, come giudicare le canzoni di Guccini? Cosa sono?

Ebbene, sono canzoni, appunto. Non poesie, non musica: canzoni. Non trovi in esse dove finisca la parola e dove inizi la musica (o viceversa), altrimenti non sarebbero canzoni. Stabilito ciò – e Brusco lo fa con semplice autorevolezza – si passa ad analizzare trasversalmente l’opera gucciniana, sollevando aspetti musicali e lirici che ne mettono in mostra evoluzione e continuità, distillandone l’idioletto con piglio semiologico ma senza perdere l’approccio del semplice appassionato, di colui cioè che delle canzoni conosce il senso dal punto di vista del cuore.

Se vi ho dato l’impressione che si tratti di un saggio accademico, perdonatemi: lo è solo in piccola parte, quanto al resto è una scusa per ripercorrere vita e opere di un artista che ha attraversato stagioni diverse con coerenza rara, che ha affinato l’arte della (sua) canzone con tenacia e curiosità, raggiungendo una padronanza sul testo pressoché assoluta – e comunque con pochissimi eguali in Italia – però (perché) sempre compenetrato all’impasto di melodia, ritmo, arrangiamenti. Non a caso ai produttori e ai musicisti con cui Guccini ha collaborato l’autore riserva molte pagine e assai belle: quella di Guccini è stata una bottega, un viaggio, un’avventura che ha avuto l’accortezza di chiudere al momento giusto (L’ultima Thule era un album ancora più che dignitoso).

Si tratta di un piccolo grande libro, insomma, che irrobustisce la già corposa bibliografia dedicata al cantautore/scrittore di Pàvana senza incensare l’artista né compiacere il lettore. A questo merito va aggiunto il principale: la capacità di regalare sfaccettature ulteriori a un ascolto che quelli della mia generazione hanno forse dato troppo per scontato. Quanto alle generazioni successive, chissà.

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