• ott
    01
    2012

Album

Universal

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Capire Battiato, avrebbe detto il buon Castoldi, non è affatto un’operazione scontata. Tanto più se, dopo cinque anni e mezzo, l’attesa (l’ultimo lavoro di inediti fu Il Vuoto, 2007) ha divorato i fans, che, trepidanti, hanno guardato con mal celata malizia le opere cinematografiche, teatrali e sperimentali del maestro. Apriti Sesamo arriva in una stagione inattesa della vita di Battiato, in cui, di certo non nel silenzio assoluto, il cantautore catanese sta affrontando la sperimentazione su vari fronti. Rimarrà deluso, dunque, chi si aspettava da questo ventottesimo album un’opera di indagine e di ricerca sul suono. Essa non è stata abbandonata, quanto piuttosto relegata al campo di altre arti non meno nobili come il melodramma (recentissima è l’opera di ologrammi, balletto e lirica dedicata alla figura di Bernardino Telesio). Si può dire che, sul fronte del sound, Apriti Sesamo poco si distacca dall’esperienza de Il Vuoto o, meglio ancora, dei Fleurs.

Ma nessuno aveva aspettative diverse. Gli strumenti dell’artigiano pop sono maneggiati con la perfezione che si confà a chi è maestro assoluto nel genere. Con l’immancabile ausilio del fido Sgalambro e di un cast d’eccezione come Faso (Elio e le storie tese), Gavin Harrison (King Crimson), Simon Tong (Verve), Battiato cuce dieci episodi di vita, fra nostalgie e indignazione, echi sacri e mitologia pagana. Il tutto sapientemente distribuito nel consueto pastiche di citazionismo: si va da Santa Teresa d’Avilia (Un irresistibile richiamo) a Dante (Testamento), da Stefano Landi (Passacaglia) al poeta arabo Ibn Hamdis (Aurora), da Sheherazade di Nikolai Rimsky-Korsakov (Apriti Sesamo) ai sempreverdi Vangeli.

L’impressione è quella di un Battiato per nulla stanco e per nulla sazio di novità liriche. Se si eccettua un po’ di moralismo di troppo nel singolo Passacaglia (“La gente è crudele e spesso è infedeleet similia), il ritornello ridondante e a marcetta di Eri con me e il cantato femminile (pur pregno di significato politico) in stile pubblicità della Lines di Caliti Junku, il disco presenta svariati momenti in cui l’orecchio corre ad opere decisamente fortunate di Battiato: Testamento suona molto alla maniera di Fisiognomica, La polvere del branco ricorda alcune cose di Gommalacca, il tutto in un’operazione che nei due precedenti dischi di inediti non era avvenuta. Il richiamo alla gioventù e la nostalgia di essa porta con sé anche un auspicio militante per le nuove generazioni (in Quand’ero giovane si canta “Viva la gioventù che fortunatamente passa senza troppi problemi”), ridimensiona gli spazi bucolici investendoli di una saggezza popolare ormai dimenticata (Caliti junku) che diventa critica sociale (“The world outside is insane”), s’allarga, infine, in atmosfere favolistiche, da Mille e Una Notte, con il finale di Apriti Sesamo, che, come la roccia della favola, sembra quasi spalancare un’aspettativa di speranza, di rinascita e reincarnazione (non a caso la parola torna spesso nel disco).

Se dunque l’impegno del cantautore è sconfinato in altri fronti estetici e la ricerca sul suono non progredisce in maniera evidente (non si pensi però che gli arrangiamenti siano deboli), nulla si può certo contestare all’accanimento e all’ardore di questo signore di sessantasette anni che ancora non smette di deliziarci.

1 novembre 2012
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