• nov
    01
    2008

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Universal

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I Fleurs sono lo spazio che Battiato dedica alla rappresentazione/celebrazione del pop “alto”, o meglio alla sua capacità di rapire, confortare, raddolcire, condire insomma quel tanto di vita sufficiente al loro accadere, consumandosi tra memoria e sentimento, innescando meditazioni profonde – la caducità dell’esistere – con la grazia effimera delle consuetudini emotive. Raffinatezze in nostalgica parata, quasi degli archetipi scossi dal torpore in cui li ha sepolti la brama di shock sonico e contenutistico, la corsa al disincanto, alla disillusione cavalcata come un segno di progresso. Ok, è un punto di vista o meglio un’ipotesi di lavoro, così è se ci pare.
Come nei due episodi precedenti (lasciamo stare l’ordine bislacco della numerazione), c’erano dei rischi, su tutti quello d’inciampare nella retorica. Rischi che Battiato cavalca con l’ineffabile noncuranza che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi anni. Penso ai due brani firmati Camisasca, la toccante ma imbalsamata Il Carmelo di Echt e soprattutto La musica muore (dove l’antico sodale Juri fa anche una comparsata vocale), soavemente didascalica e struzzescamente passatista. Penso anche all’ospite-pezzo forte, ovvero a “prezzemolo” Antony seconda voce e co-autore di Del suo veloce volo, roba che ti viene da aspettare al varco ma va a finire che se la cava con dignità, con quel pianoforte che palleggia rimembranze della younghiana A Man Needs A Maid. E penso al titolo forse più improbabile della (attuale) trilogia, una (Sittin’ On) The Dock Of The Bay che opportunamente chiama la brava Anne Ducros ad una prova di mestiere, sottolineando quanto poco il Franco nazionale c’azzecchi con l’errebì in generale e con Otis Redding in particolare.
Va molto meglio – era immaginabile – con Bridge Over Troubled Water, bella l’interpretazione (malgrado il consueto “catanglish” infeltrito) sulla tessitura apparecchiata dalla Royal Philharmonic Orchestra, così come filano lisci e aromatici gli umori transalpini Et maintenant (di Gilbert Becaud), E più ti amo (di Alain Barriere) e soprattutto Il venait d’avoir 18 ans (di Dalida) con i melismi della vocalist persiana Sepideh Raissadat in coda quale autentico colpo di genio.
Quanto al resto, tra una censurabile It’s Five O’Clock (degli Aphrodite’s Child, stavolta la pronuncia non dà scampo), una bella Era d’estate (di Sergio Endrigo) e una L’addio che commuove solo per il fatto d’essere stata scritta per Giuni Russo, fa la sua bella figura l’inedito con Carmen Consoli, nulla di clamoroso però ben in tono con l’accomodante e languida ricercatezza – sorta di dimensione ideale che traspare anche da un titolo come Tutto l’universo obbedisce all’amore – che sovrintende il progetto. Tirando le somme, malgrado la fastidiosa sensazione di un artista col motore al minimo, è un disco più che passabile.

1 dicembre 2008
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