• Apr
    22
    2013

Album

Interscope Records

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C’erano una volta i Million Dead, uno dei gruppi post-hardcore inglesi maggiormente acclamati della prima metà degli anni zero. Terminata quell’esperienza a causa di “diversità inconciliabili”, il leader Frank Turner ha intrapreso una carriera solista che tra alti e bassi gli ha comunque garantito un crescente successo. Una evoluzione artistica che ne ha seguito, di pari passo, il processo evolutivo personale da giovane filo-anarchico (il nome Million Dead era un tributo ai Refused) a trentenne talmente polished da essere accusato dal Guardian di essere destrofilo.

Difficile capire nel dettaglio il ruolo ricoperto da cause ed effetti, fatto sta che nell’ultimo anno – cerimonia olimpica compresa – le attenzioni attorno alla sua figura sono aumentate esponenzialmente, seguendo Oscar Wild nel classico “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli“. Una gogna pubblica britannica che in fin dei conti sta solo gonfiando le tasche di un musicista (tra le altre cose amico del principe William ai tempi dell’Eton College) che, furbescamente, sta già da tempo – dal tour con gli Offspring del 2009 – ha iniziato a guardare in direzione degli Stati Uniti.

In questo senso, non sorprende che il suo quinto album Tape Deck Heart negli USA esca per la Interscope (in UK sempre via Xtra Mile) e che gli angoli di ogni tassello della propria cifra stilistica siano stati ulteriormente levigati. Tra le tracce di Tape Deck Heart – registrato con la band di supporto The Sleeping Souls e prodotto dal guru dell’indiestream Rich Costey -, il brano destinato alle radio in ottica estiva è certamente Recovery, ruffiano e appicicoso folk-rock che non sfigurerebbe in qualche spot tv. Una spinta innovativa inversamente proporzionale all’immediatezza cantautorale, quella presente in Tape Deck Heart, e che già si notava nel precedente England Keep My Bones: coordinate UK-USA di easy listening tra rock da stadio in zona Mumford & Sons privati di banjo e mandolini (Polaroid Picture), acoustic rock-FM (The Way I Tend To Be o il Colin Meloy meets Adam Duritz di Good & Gone) e il folk-punk più sobrio che possiate immaginare. Sul versante rock-pop funziona Losing Days (mix tra In Between Days, Counting Crows e un timbro Stipe/Woomble), mentre a variare una tracklist con pochi sussulti pensa la variegata Four Simple Words: intro piano+voice e fraseggio folkpop ad anticipare l’accelerazione punk-rock.

Quello di Frank Turner è un percorso discografico che idealmente si muove a metà strada tra il tardivo successo post-band del Mike Rosenberg/The Passenger di Let Her Go e l’evitabile svolta pop dell’altro Frank del punk inglese (l’ex Gallows Frank Carter ora nei Pure Love). Appurato di non avere tra le mani un nuovo Billy Bragg (ci mancherebbe…), va dato atto al trentunenne originario del Bahrain di essere comunque riuscito a sfruttare il momento di visibilità in modo astuto ma non necessariamente deplorevole.

5 Maggio 2013
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