• Nov
    24
    2014

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Xtra Mile Recordings

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Non è un imbonitore e tanto meno un partigiano osservante. A tal proposito, è stato adeguatamente appurato che non è un nuovo Billy Bragg – a noi piace tanto l’originale, vivo e straordinariamente vegeto, qualora si parlasse ancora di scopiazzo – anche se la persona in questione, e cioè Frank Turner, ha un debito col folksinger originario dell’Essex in quel folk punk che Billy ha fatto suo in concomitanza con una scena britannica degnamente espressa da gruppi come Levellers e Mekons, sodali di protesta anche se non proprio tutti fino all’ultimo minuto e per vari motivi.

Negli ultimi anni è stato dimostrato come quella generazione anti-thatcheriana che prese piede a cavallo dei ’90 avesse fatto bingo trasmettendo alla generazione successiva idee-manifesto (buone o meno buone che fossero, furono comunque da manifesto). Dio ci scampi e liberi dalle brutali generalizzazioni, ma non sarebbe cosa buona e giusta negare che Turner faccia anch’egli parte di tal schiatta. Parafrasando il Bragg che dice di sé, si potrebbe dire che, più che di politica, bisognerebbe parlare di una porzione sempre abbondante di onestà, se si vuole tracciare una logica quanto più verosimile fra questi nuovi autori. L’onestà di Turner, che non vuol dire banalità e tanto meno fiuto opportunistico del business (o almeno, non come primo pensiero della mattina), è una costante dei suoi lavori. “Onestà”, nel vocabolario turneriano, sta per “suonare diretto senza fraintendimenti di sorta” nello stesso istante in cui le parole acquistano il loro peso specifico, riacciuffando l’escapismo melodico dell’hardcore degli inizi con un buon gusto punk-rock e il singalong che oggi veste i panni di una coscienza agli antipodi del lezioso. Dopo una decina d’anni o quasi Turner si trova fra le mani un buon album come England Keep My Bones uscito nel 2011; un album ogni dieci anni non è poco se si vuol camminare con le proprie gambe.

Ai detrattori responsabili a volte è sembrato di sentire le cantilene rock à la Counting Crows o i giochetti per crestoni mainstream à la Green Day, e questo è nell’ordine delle cose che Turner vuole farci credere e ascoltare. Per recensire invece un album come The Third Three Years, uscito sul finire dell’anno che abbiamo da poco salutato, non ci vuole chissà quale magheggio di parole. Turner sforna un bell’album di singoli suoi, take live e ben nove cover che impazzano e divertono. È bello in questi casi citare: Somebody To Love dei Queen, American Girl di Tom Petty, Live And Let Die di Paul McCartney, Burn To Run del Boss, Pancho & Lefty di Townes Van Zandt e addirittura Bad Times are Just Around the Corner di Noel Coward.

Sembra che l’artista voglia donarsi completamente ai suoi fans e, nell’esplicita apologia, paradossalmente dimostra una certa perizia tecnica che prima a volte lasciava un po’ a desiderare. Il qui presente disco è una parentesi nella sua discografia che da una parte non dice nulla che già non si sapesse e dall’altra fa comunque un certo effetto all’ascolto.

24 Gennaio 2015
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