• Ott
    01
    2006

Album

Ghost Records

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Nemmeno il tempo di veder maturare i frutti del secondo album, quel Like A Smoking Gun In Front Of Meche riuscì nel piccolo miracolo di aprire le porte dorate degli States,
che per i Franklin Delano è già ora di ripartenze, in tutti i sensi.
Anzitutto, un ulteriore cambio di line-up: fuori Vittoria Burattini (e
con lei tutte le ombre della Massimo Volume connection), dentro Lucio Sagone (Ronin, Uncode Duello), accompagnato al basso da Marcello Petruzzi (Caboto), più Vittorio Demarin (direttamente dalla fucina Madcap) e Michele Sartiad aggiungere preziosi ingredienti all’amalgama con viola, organo,
piano, rhodes, glockenspiel, percussioni e quant’altro. Poi, di nuovo
alla volta di Chicago per ritrovare Brian Deck e Jim Becker, che per l’occasione hanno tirato dentro signori ospiti come Fred Lonberg Holm dei Flying Luttenbachers e Nick Broste, già dal vivo nientepopodimenoche con i Wilco.

Come Home,
che peraltro segna il passaggio dei bolognesi alla Ghost Records,
funziona. Non soltanto perché grazie ai nuovi arrivati i brani
letteralmente respirano (sentite un po’ l’interplay nella title track e
in Scalise, o i ghiribizzi di batteria in Motel Room – tra Lou Reede Wilco). E nemmeno soltanto – oddio, forse sì – per il valore aggiunto
dai guests, dagli strepitosi arrangiamenti di fiati di Broste (su tutti
quello di I Know My Way, tra country e soul) al banjo di Becker, fino al lavoro di Deck dietro la consolle, per un suono sobrio e mai patinato.

Il disco funziona perché Paolo Iocca ha voluto fare un azzardo. Saltare
con entrambi i piedi nel territorio della canzone americana è mossa
assai rischiosa, specialmente se giochi fuori casa e maneggi materiale
scottante, che non ti appartiene se non per i dischi che hai ascoltato.
E intanto, I Am A Cow è un walzer country che più traditional non si può, Unaware sa addirittura di old time music e vaudeville, Come Home si basa giro armonico tra i più classici dell’americana. Non che certe velleità psych siano sparite del tutto, vedi i rimasugli di drones nella citata Motel Room, o le sospensioni della finale No Man’s Land,
o in generale tutto il lavoro di Marcella Riccardi sulle chitarre, con
un piede nel blues e l’altro nel noise. Ma il vero asso nella manica è
il songwriting, mai tanto melodico (Eight Eyes, tra Lennon e Pavement, o Your Demons, un santino Wilco che tuttavia si fa perdonare la vicinanza a Jesus Etc. di Tweedy e co.) e centrato nei riferimenti (il cow-punk macchiato di Velvet Underground di Night Train).

Se è vero che la fortuna giova agli audaci, la scommessa è vinta. 

18 Ottobre 2006
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