• mar
    01
    1986

Campi magnetici

Blu Bus

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Al momento di porre mano a queste righe sbalordiamo nell’osservare la data di pubblicazione de Il giardino delle quindici pietre. 1986, ovvero un quarto di secolo fa che per certi versi dici lontanissimo, come un mondo nel frattempo ribaltatosi da che la formazione torinese pubblicò il proprio capolavoro e si separò, conscia che le cose stavano cambiando e il loro “ruolo” doveva mutare in nuove forme (Environs, Orsi Lucille, Howth Castle, Ishi, le carriere di Giaccone e Lalli…) per mantenere intatto uno spirito antagonista sostanziato dai fatti e pertanto effettivamente punk. Potevano del resto permetterselo, Stefano Giaccone (sax, chitarra, voce), Vanni Picciuolo (chitarra) e Lalli (voce), partiti dal centro degli anni di piombo per riconnettere il ’77 con il ’68 mescolando – da collettivo aperto e cangiante – rock d’autore e jazz, schegge canterburiane e new wave, poesia e militanza mai sloganista.

Nel 1982 il progetto raggiungeva forma e nome definiti tramite una scelta significativa, siccome affidarsi al “cattivo” del deamicisiano Cuore (che tira sassi ai vetri e ride dei funerali del Re) voleva dire mettersi dalla parte di un’anima romanticamente anarchica che si pone domande e cerca risposte. Prove tecniche due nastri pubblicati quasi per scherzo e un lp a metà con i Contrazione, un’attività gestita “dal basso” con la fondazione assieme agli aostani Kina dell’etichetta Blu Bus (completamente autogestita e autofinanziata: all’epoca una rarità e un azzardo) che portano nel tascapane Area, Ornette Coleman, Ex per resistere a riflussi ed edonismi in un sottobosco di centri sociali, riviste underground, radio “autonome” e cause giuste. Cavandone una reazione alla scena che assorbiva le polemiche scatenate dal passaggio dei CCCP alla Virgin, così come il progressivo venir meno dell’aderenza tra vita vera e musica. E’ appunto quadrando il cerchio tra queste ultime e una fiera inafferrabilità che le venticinque primavere trascorse si sciolgono nel mistero dichiarato dal titolo dell’album, rimando a una leggenda del Giappone medievale secondo la quale a Kyoto esiste un giardino con quindici pietre, ma da qualsiasi punto lo si osserva se ne scorgono sempre e solo quattordici.

Quella che manca essendo l’enigma dell’Arte maiuscola che basta a se stessa ma raggiunge chiunque abbia la pazienza di ascoltare, lontana da proclami intellettualoidi o vanagloria a buon mercato. Ne scaturisce un trentatre giri tra i più fulgidi ad aver visto la luce nel Belpaese, materializzazione e conseguenza logica dei presupposti di cui sopra attraverso un pugno di canzoni che entrano nell’anima e la scuotono. Il muscolare dub venato free-jazz Il battito del cuore (parole di Linton Kwesi Johnson), l’ipnosi sferzante Acqua di luna, la poesia ruvida e metropolitana che pulsa in L’uomo sul balcone di Beckett, il blues riveduto e corretto Every Time e l’hardcore di sferragliante articolazione Hollywood Army/Big Black Mothers sono testimonianze e affermazioni stracolme di lirismo e necessità; lo stesso valga per i chiaroscuri di Micrò Micrò e la commovente Elena 5 e 9, per la marziale Nel giorno secolo e un’armoniosa À suivre che diresti prelevata da uno spartito di Nino Rota. Integrità, chiarezza di idee, determinazione e rischio sigillano un’esperienza giunta all’apice.

Non classificabili, i Franti, e Non classificato sarà infatti il nome della raccolta che metterà il punto alla vicenda raccogliendo l’integrale discografico. Un patrimonio d’importanza che si accresce lungo i decenni e contribuisce a mettere nella giusta prospettiva l’oggi. Soltanto sapendo da dove proveniamo diventa possibile ipotizzare un punto d’approdo.

3 Ottobre 2011
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Il giardino delle quindici pietre

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