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    01
    1960

Giant Steps

Blue Note

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Freddie Hubbard ha lasciato questa valle di lacrime sul finire del 2008, settantenne, solo un lustro più anziano d’un Mick Jagger, tanto per dire. La notizia mi ha ovviamente intristito, obbligandomi a fare i conti con questo trombettista che mi sembra incarnare la parabola dell’hard bop come pochi altri. Nato nel ’38 a Indianapolis, era un ragazzino quando Miles, Dizzy e Bird palleggiavano be bop nei locali più torridi della Grande Mela, città che raggiunse ventenne portando in dote l’esperienza coi fratelli Montgomery (tra cui l’immenso chitarrista Wes) e un talento che scomodò subito paragoni col compianto Clifford Brown.
Suonò tra gli altri con Sonny Rollins, con Philly Joe Jones ed Eric Dolphy, persuadendo i luminari della Blue Note a concedergli subito una chance da leader. L’occhiuto Alfred Lion pensò bene di mettergli a fianco una miscela di esperienza e brio giovane: alla flessuosa autorevolezza delle quattro corde di Sam Jones faceva eco ai tamburi un Clifford Jarvis neanche ventenne ma già all’opera con Chet Baker e Curtis Fuller, e se al pianoforte sedeva un McCoy Tyner sul punto di decollare in orbita Coltrane, del sax si occupava il ventottenne Tina Brooks, uno che smerigliò l’ancia incidendo assieme a Jimmy Smith e Kenny Burrel, vantando altresì un album come leader alle spalle (Minor Move del ’58).
Di Brooks, straordinario compositore ed interprete, riparleremo presto. Quanto a Open Sesame, facciamo subito: disco stupendo, swingante con impudenza generosa, languidamente declinato latin tinge, insomma il frutto perfetto di quella cuspide tra cinquanta e sessanta quando il jazz era una tensione urbana e un brivido liberatorio, un sogno esotico e il lasciapassare per la modernità. A testimoniare il talento fuori dal comune di Freddie basti il suo assolo in All Or Nothing At All, standard spedito a cento all’ora col fraseggio della tromba a centrifugare dinamiche come una turbina, la calligrafia pastosa spinta in avanti come un prodigio, uno sbattimento festoso d’illuminazioni così rapide da spingere l’improvvisazione sull’orlo del free (non a caso di lì a poco Hubbard sarà chiamato da Ornette Coleman a far parte dell’impresa Free Jazz).
Detto ciò, il mio amore per Hubbard ha dei limiti: lo sento come un suono troppo preoccupato a manifestarsi nella propria tempestosa epifania, superandosi di evoluzione in evoluzione, lasciando indietro così il dramma, quel peso specifico che sfida l’inconsistenza materiale – assieme rasserenante e carnefice – nei Davis e nei Baker. Così mi pare vadano le cose in questo riuscitissimo debutto e un po’ lungo tutti i ruggenti sixties, passando dalla sbandata fusion alle peripezie che ne smarriranno via via la brillantezza, fino al brutto incidente che nel ’93 danneggerà le preziose labbra. Infine, l’attacco di cuore, atto senza ritorno, chiusura dello scrigno.
Hubbard mi è sempre sembrato uno che sale al volo sul treno già in corsa, se ne sbatte dei macchinisti, del cuore infernale della belva e armeggia per guadagnarsi un buon posto magari in prima. Però che fantastico compagno di viaggio che eri, Frederick Dewayne.

1 febbraio 2009
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