• Mar
    01
    2008

Album

ATP Recordings

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Il piacere della distorsione, del suono manipolato e filtrato
all’inverosimile. Riempirsi le orecchie di rumori e colmarsi la testa
di conseguenza. Andrew Hung e Benjamin John Power fanno d’echeggi, di
risonanze stridule, strepitanti, chiassose il loro campogiochi. Duo
inglese, Bristol loro città di provenienza e “attestato di qualità” ma
con noise americano (Butthole Surfers) e sperimentazione giapponese (Boredoms, Melt Banana) ben chiari in testa, i Fuck Buttons s’accostano notevolmente ai Black Dice degli esordi: sembrano aver raccolto quanto il gruppo newyorchese ha lasciato per strada dopo Beaches & Canyons.
Si perdono negli echi, nella sovrapposizione di tracce elettriche ed
elettroniche, abbandonano a loro stesse due tastiere per poi mutarle,
alterarle, stravolgere sin nei minimi particolari. In poche parole,
drone al servizio dell’elettronica.

Street Horrrsing,
loro primo lp, è difficilmente digeribile: è crudo, tormentoso, quasi
inumano, ma gode del gran pregio del raggiungimento di una quadratura
al termine del tutto. Insomma squarta, massacra, lancina l’udito, ma,
allo scoccare del 53° minuto (alla conclusione del disco) ci si ritrova
assuefatti, drogati da tanta crudeltà in note, da tutto ciò che i due
han messo dentro: psichedelia, drone, sintetizzatori a piede libero,
voci strazianti e ritmica battente. Il debutto di Sweet Love For Placet Earth inganna: un carezzevole delay di piano sembra condurre in un mondo estatico, il rincorrersi di note tranquillizza, sognante.

Ma
piuttosto che raggiungere l’etereo, il brano trascolora nel buio: una
distorsione cambia l’orizzonte, adombra. Sintetizzatori e voci crude ed
aspre conquistano la scena dominando gli altri elementi. Melodia e
rumore, melodia contro rumore, il duello efferato che si consuma lungo
tutto Street Horrsing. Il ritmo prova a farsi spazio, pulsante, cavernoso, nella successiva Ribs Out, ma non ci si allontana dalle profondità in cui si è scesi. Un ipnotico e lancinante eco industriale percorre tutta Okay, Let’s Talk About Magic.
Fino a quando le ritmiche tornano a tracciare forme, a dar vita ad una
immaginaria catena di montaggio: nastro, pressa, saldatura… è lamiera
che muta, cambia forma.

La scia industrial si ripercuote anche sulle
successive tracce. Accompagnata da aspra voce indecifrabile Okay, Let’s Talk About Magic si protrae per dieci minuti sino a incastrarsi in Race You To My Redroom – Spirit rise. Distorsione, ancora e ancora. Anche quando le cose sembrano “mettersi per il meglio”, e la quieta Bright Tomorrowregala questa sensazione, c’è sempre in agguato l’alter ego. L’opposto
truce, inumano.  Risvegliano una recondita parte dell’anima i Fuck
Buttons, danno voce all’occulto, all’abbandonato. Ciò che forse s’era
dimenticato, coperto da strati di mollezza; una crudeltà latente
rianimata dagli esperimenti messi in scena dal duo. Come creatura
riportata in vita.

15 Marzo 2008
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