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La prima cosa è stabilire di cosa si tratta. Saggio o memoir? Speculazione analitica o indagine? Di certo, fiction e non-fiction si intrecciano, si sovrappongono, si compenetrano, generando nel lettore uno stordimento pronto a diventare abbrivio, il piano inclinato su cui i fatti – quelli documentati e quelli ipotizzati – scivolano invitandoti a scivolare. Il “metodo” adottato da Gabriele Merlini per questo No Music On Weekends – titolo che cita i Talking Heads di Stop Makng Sense – mi ha ricordato insomma quello di Vanni Santoni per Muro di casse, simile la definizione di personaggi verosimili (a parte un io narrante che è evidentemente l’autore) a cui affidare la testimonianza viva (e soggettiva) dei fatti.

È altrettanto certo che non progetti un libro così se non sai di poter contare su una penna in grado di tenere salda la rotta, e Gabriele Merlini ce l’ha. Porca miseria, se ce l’ha: dimostra dalla prima all’ultima pagina d’essere scrittore di categoria. Un valore aggiunto che potrebbe rappresentare un rischio, quello cioè di ridurre il tema – un tema ambiguo, ibrido, equivoco, inafferrabile – a una specie di pretesto. Visto il risultato, è un rischio che valeva la pena di correre. Tempo e spazio, spostamenti in loco e flashback, sono le forze vettoriali di una strategia che punta a riportare alla luce le tracce – o ciò che ne resta – di un non-genere sbocciato nella cuspide tra Settanta e Ottanta, tra piombo e plastica, tra impegno e riflusso. Cosa resta, oggi, di quella new wave che tentava di rimodellare categorie di pensiero un disco di rottura alla volta?

Merlini, redattore de L’Indiscreto e già autore del romanzo Válecky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (effequ, 2013), compie un viaggio fisico, mnemonico e sentimentale (del resto, come recita il sottotitolo, si tratta di una “Storia di parte della new wave“) che lo porta a Bologna, Firenze, Milano, Roma e poi – ovviamente – oltre e indietro tra States e UK, modulando il fuoco dell’obiettivo tra i contesti storici e i dettagli biografici/aneddotici. Quando arriva il momento di scattare la foto, lo fa con l’arguzia e il disincanto di chi è consapevole quanto la preda sia proteiforme, contorta, ramificata, ma ogni scatto ti lascia con la sensazione di avere colto qualcosa di cruciale.

La narrazione (lo è) porta allo scoperto un brulicare batterico di nomi e situazioni, dalla frattura bolognese con l’egemonia dell’impegno cantautorale (Gaznevada, Windopen e Skiantos tra gli altri) alla commistione multidisciplinare della scena fiorentina, passando per il post punk evoluto e disallineato di Milano (Decibel, Krisma…), quello tossico e furibondo di Pordenone (Tampax e Hitler SS) e quello caotico e contundente di Roma (Take Four Doses, Elektroshock). Quando poi lo sguardo si allarga comprendendo New York e Akron, Londra e Manchester (e tutto ciò che sta nel mezzo), la profondità di campo si fa ubriacante e così gli intrecci, la catena degli eventi, la sarabanda imponderabile delle sliding doors.

Di fronte a cotanto materiale storico, Merlini sembra dichiararsi sopraffatto, salvo un attimo dopo decidere di giocarsi la partita nell’unico modo possibile, attraversando cioè di taglio questo corpo dormiente tracciando un percorso autoptico personale che ne porta alla luce i processi elettrochimici ancora vivissimi. Emblematica in tal senso la top ten dedicata alla scena inglese, con gli A Certain Ratio a tirare le fila di un plotone composito e alieno (Pink Military, Flying Lizards, The Durutti Column, OMD…).

Questo e altro – un molto altro che deve essere lasciato alla scoperta del lettore – acquista senso per quel bisogno di fare i conti con una prassi tutto sommato popular che rischia estinguersi: ovvero quella capacità – fisiologica, forse necessaria – di rompere con il codice soffocante delle consuetudini per aprire una breccia che consenta di intravedere il (o di accedere al) nuovo. La new wave non è (non era) un genere – come avrebbe potuto esserlo? – ma il risultato di quella vertigine che carburava un processo oggi agonizzante, sempre più sterilizzato dalla pianificazione algoritmica di forme e sensazioni, di cui la retromania reynoldsiana rappresenta forse il corollario (o l’applicazione) più evidente.

Si esce dalla lettura di No Music On Weekends con un senso di mancanza e sconfitta strisciante, certo, ma anche con la voglia di girare nuovamente la chiave, di ascoltare il rombo di un meccanismo misterioso e ostile, i cui “prodotti finali” sono sempre l’inizio di qualcos’altro, un disequilibrio, un inciampo. Una perturbazione. Una opportunissima rottura.

17 Febbraio 2020
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