• Apr
    08
    2016

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Mind of a Genius

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Se ci fosse una giustizia, tra qualche anno The Weeknd non dovrebbe essere ricordato come quello di Can’t Feel My Face o The Hills, ma come colui che qualche anno prima, tramite House of Balloons (e in generale tutti e tre i primi mixtape contenuti in Trilogy), suggerì al mondo intero la via maestra del nuovo pop-r&b degli anni Dieci. Chiaramente Abel Tesfaye non è stato l’unico, ma è forse stato quello che fin dall’inizio (più di Blake o How to Dress Well) aveva capito che sonorità notturne e urbane potevano coesistere tranquillamente con le melodie furbe della sfera mainstream. Cinque anni dopo parlare di coesistenza sminuisce una realtà dei fatti che parla chiaramente di dominio, e basta guardasi attorno per rendersene conto (Justin Bieber, ZAYN…). In fin dei conti, non è un male se il pop più becero, seppur con soli scopi commerciali, cresce di valore sfiorando la dignità grazie ad intuizioni nate dal basso.

The Weeknd & co non hanno solamente plasmato a propria somiglianza le classifiche di vendita ma hanno contribuito a creare un sottobosco che continua imperterrito ad autoalimentarsi e a mutare, all’interno del quale si è fatto le ossa anche Gallant, classe 1992 del Maryland, nonché uno dei più concreti e credibili newcomers del post-The Weeknd. Avevamo già intuito il talento di Christopher Gallant all’interno delle nove tracce che nel 2014 andavano a comporre l’EP autoprodotto Zebra – recensito positivamente su queste pagine – ma è solo nel 2015 che il moniker Gallant ha iniziato a circolare con una certa frequenza, grazie soprattutto ad una serie di collaborazioni live con mister Sufjan Stevens, non ultime la fantomatica cover di Hotline Bling (Drake) e una clamorosa versione di Blue Bucket of Gold con lo stesso Stevens ad accompagnarlo al piano.

Le sedici nuove (nessuna traccia è stata ereditata dall’EP) composizioni dell’album d’esordio Ology sono il vero trampolino di lancio di un artista dal potenziale enorme. La prima considerazione lampante durante l’ascolto è che rispetto a Zebra EP il Nostro tenta di stupire (riuscendoci) non tanto inseguendo le sonorità cool del PBR&B, quanto invece sfoggiando capacità vocali con pochi eguali sul panorama internazionale. Non che il falsetto killer di Gallant fosse tenuto a freno in precedenza, ma qui assume proprio il ruolo di protagonista assoluto, rischiando quasi di offuscare il resto. Ology si muove in modo eterogeneo (pur all’interno dei confini del nuovo r&b) in un microcosmo in cui probabilmente è ancora difficile scovare elementi fortemente distintivi che possano in qualche modo allontanare il più possibile i facili paragoni. In un tour de force che talvolta lambisce – grazie ad un timbro e ad una esplosività che lo fa avvicinare a contesti tipicamente soul – quella maestosa epicità mista a sensualità che ha fatto la fortuna di Seal emergono sfumature accattivanti in ottica pop (Bone + Tissue), vibrazioni uptempo e groove-oriented (Episode), sporadici ricordi 90s (il beat di stampo hip hop di Miyazaki), vellutato e suadente post-Blake (Open Up), fino ad arrivare ad aperture superficialmente cheesy (Counting e in parte Skipping Stones, in duetto con Jhené Aiko).

A livello di testi Ology è un viaggio attraverso le insicurezze che l’americano, fino ad oggi, non era ancora riuscito ad esternare. Lontano da certi stereotipi drug, sex & money è libero di ampliare il vocabolario a piacimento, sfuggendo di fatto alla banalità e tuffandosi in un’introspezione dai tratti quasi mistici («I’m a headless horseman on quilted sand dunes, with my neck wide open, I pray for refuge» in Bourbon, «I’ve been talking to myself lately I’m asking for advice, oh I’ve been slowly dosing in the grip on this reality» in Talking to Myself). Funzionale e varia la produzione: con Felix Snow (che curò Zebra EP) ai servigi di Kiiara (vedi low kii savage EP), il Nostro, sull’esordio lungo ha lavorato principalmente con i producer Stint e ZHU, quest’ultimo – famoso per la hit Faded – compagno di etichetta (Mind of a Genius) e di tour.

Gallant si ripropone quindi in una veste più elegante e raffinata, perdendo parte dell’aura alternative dei primi tempi ma guadagnando consapevolezza dei propri mezzi. In definitiva, Ology non delude quanto l’esordio di Kwabs (il debole e patinato Love + War), e insieme a Sept. 5th di dvsn va a formare la coppia d’album di riferimento dell’r&b, almeno per questa primavera 2016. Ovviamente la speranza è che il Gallant interprete (vedi le svariate cover, compresa quella, inaspettata, di Learn To Fly) in futuro non abbia la meglio sul resto. Sarebbe un peccato se diventasse l’ennesima voce sprecata.

11 Aprile 2016
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