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SuperbattitoPunkOK. Tre proiettili sparati in un cielo avvolto da una caligine rosa (no, non viola, non pensate male), lo stesso sotto il quale circa quattro anni fa è nato un fenomeno lampo. Chiamato da principio anch’esso con l’abusato appellativo indie (effettivamente di indipendente provava ad avere tratti e attitudine) e poi it-pop, viene velocemente derubricato a “semplice” fenomeno di massa. Gazzelle, classe 89, in quel super battito aveva trovato la consacrazione immediata e il riconoscimento nel novero dei padri fondatori del genere.

Correva l’anno 2017 e l’hype a prima vista era ordinario tanto quanto oggi indossare una mascherina. L’attitudine lo-fi e i richiami a tutta gamma fluo del pop ’70 e ’80 sono valsi al cantautore romano, oltre a stadi pieni, anche un disco di platino per Punk (2018) e la consacrazione come piccolo outsider in una scena fatta di squali travestiti da avannotti. Adesso però la situazione è diversa, l’anno è il 2021 e molti orizzonti sono cambiati mentre altri sono spariti del tutto. Il cantautore (non l’interprete, badate bene) sopravvive ad una crisi e la racconta e mai come l’anno passato gli spunti per un pensiero nuovo sono stati numerosi e profondi. Senza ombra di dubbio gli stessi spunti che avranno condotto Gazzelle, Maciste Dischi e il fidato producer Federico Nardelli alla pubblicazione di OK.

Tuttavia, ascoltando qualche ritornello paraninfo come quelli di Blu, Però, OK e tastando il mood generale tra testi e produzione è subito chiaro che la direzione dell’intero lavoro non sia tanto quella della ricerca di una personalità definita e quindi, più in generale, di un upgrade conoscitivo ma piuttosto dell’ennesima violenta bordata di singoli slegati e buoni, per la quasi totalità, solo da urlare in un palazzetto. Nulla di male? Obiezione corretta. Incontrando per caso in radio brani come Scusa, Belva, GBTR e cambiando punto di vista ci si potrebbe anche accontentare di zigzagare (sempre e solo) tra tresillo, Vasco Rossi davanti al focolare e Oasis a fare da residuo fisso. Il problema quindi non si trova nell’economia dei singoli pezzi, che il più delle volte funzionano nella loro riproducibilità pop, quanto più nella crisi identitaria del Gazzelle personaggio pubblico a libro paga dell’industria musicale.

Ad un bivio importante della propria carriera quello che ci si può aspettare da un artista ormai platinato e anagraficamente pronto è l’uscita dalla proprio bozzolo alla ricerca di una genuina identità. Discorso non nuovo a Pardini che a RS ha rivelato: «mi deprime sia dovere invecchiare sia il fatto che invecchierà il mio modo di scrivere probabilmente, sono terrorizzato […] di diventare patetico come quelli che hanno cinquant’anni e si sforzano di scrivere canzoni per piacere ai sedicenni […] e succede preferisco lasciare e aprire un ristorante. Preferisco essere uno che ha fatto pochi dischi bellissimi e non moltissimi mediocri. Spero solo che la mia ambizione resti sempre più forte delle mie necessità». Pensando a tali dichiarazioni è ancora più chiaro quanto Gazzelle sia ancora intrappolato in quella crisalide. Quell’allure adolescenziale fatto di primi amori e zucchero filato, fondamentale per arrivare ad oggi, avrebbe necessitato di una rielaborazione post-pandemica (qualcosa di più di quei Destri rubati a Ligabue), di un ampliamento delle semplificazioni testuali e di un percorso introspettivo più ampio circa la propria identità artistica.

In definitiva, OK può funzionare solo se lo si accetta come disco “romantico” (ipse dixit) e spin-off delle produzioni precedenti. Eccezion fatta per Lacri-ma, unico gioiellino del lotto, nulla di nuovo sotto il sole (anche Coltellata, feat. con tha Supreme, è niente di più di una ballad zuccherosa), nessuna spinta evolutiva e (ancora) poche idee sulla costruzione di una forte e coraggiosa identità artistica.

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