• Ott
    30
    2015

Album

Carpark

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Agli sgoccioli del 2015 c’è ancora spazio per l’ennesimo progetto donna-uomo di pop elettronico? Potrebbe sembrare una domanda retorica (e in parte lo è), ma una possibilità la si dà a chiunque. Se poi questi “chiunque” si chiamano Lindsay Pitts e Clifford John Usher (in arte GEMS), allora è giusto fermarsi qualche istante in più, dato che solamente due anni fa incasellarono quattro ottime tracce all’interno dell’EP d’esordio Medusa (Ephemera era stata inclusa nella nostra compilation Tracks From Eps 2013). All’interno dell’ipercinetica (e ipercinica) discografia dei nostri giorni due anni sono però un’eternità, e se all’epoca i GEMS potevano ancora abilmente inserirsi tra un beniamino di Pitchfork e l’altro, oggi purtroppo finiscono per suonare vagamente desueti e privi di un forte appeal. Ovviamente questo vale in primis per gli addetti ai lavori e per chi segue da vicino la scena, perché se si presentassero ad un X Factor qualsiasi verrebbero etichettati senza dubbio come originalissimi.

I due americani hanno forse perso il giusto treno ed è un peccato perché, pur senza brillare, l’esordio lungo Kill the One You Love (pubblicato via Carpark) non difetta di buone intuizioni strumentali e – in minor parte – melodiche. Come però hanno insegnato i sophomore di Purity Ring (a loro discapito) e CHVRCHES (a loro favore), in un contesto di questo tipo, alla fine, vince comunque la capacità di scrivere pop song accattivanti, e In Kill the One You Love abbiamo sì parecchi brani piacevoli e catchy ma nessuna vera killer track. Siamo di fronte ad un trip hop mutato da tecnologia e soluzioni del nuovo millennio (utilizzo di glitch e di bassi profondi), sopra al quale vengono disegnati paesaggi sospesi tra l’onirico e il sinuoso. Nulla di particolarmente innovativo, anche se l’utilizzo piuttosto intensivo della chitarra dona eterogeneità alla proposta, portando ventate sophisti (Soak) e situazioni dreamy di derivazione Cocteau Twins, come nel caso di una Scars in cui la sei corde sembra appartenere a Robin Guthrie.

Il singolo w/o u rimaneggia i Massive Attack e sfoggia un buon lavoro da parte di Clifford Usher, il quale sembra avere un debole per le battute lente e lineari con le quali cerca di dar vita a situazioni vagamente notturne in linea con la melodrammaticità dei testi, aiutandosi con alcuni tricks inseriti in un contesto forse un po’ troppo polite. I sample vocali pitched-down sparsi lungo i quaranta minuti del disco, ad esempio, non riescono a creare quell’atmosfera haunting del periodo d’oro della Triangle Records. Ritmiche più spezzate, invece, in Empires Fall, brano che presenta un chorus botta e risposta (“I can’t stop losing you“) a due voci che crea un effetto particolare: da un lato il timbro cristallino di Lindsay Pitts e dall’altro il pigrissimo apporto (quasi shieldsiano) di Usher.

Come recentemente successo con i Young Wonder, ci si rende conto che probabilmente il formato EP è forse quello più congeniale: alla lunga gli sbadigli tendono a presentarsi ad intervalli regolari (Heartbreaker), tra brani più anonimi e ritornelli banalotti (Living as a Ghost) immersi in un sound che finisce per essere prevedibile dopo pochi minuti. Kill the One You Love è una prova tutt’altro che fallimentare, ciò nonostante rimane di difficile collocazione, tanto da poter essere consigliata principalmente agli appassionati di trip-hop/dream-pop/synthpop non ancora sazi dopo anni di grande abbondanza.

7 Novembre 2015
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