Recensioni

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Non vi è dubbio che con lo scioglimento ufficiale dei Beatles, datato tradizionalmente 10 aprile 1970 (per il dettaglio andate sul nostro monografico), tutti erano impazienti di vedere quei quattro ragazzi di Liverpool (non avevano nemmeno 30 anni!) all’opera con i rispettivi album solistici che sarebbero stati pubblicati di lì a poco. Paul McCartney sarebbe arrivato per primo con il suo McCartney appena una settimana dopo il funereo annuncio, il 17 aprile 1970; John Lennon era già con la testa alla sua Plastic Ono Band (a febbraio era uscita Instant Karma!, dove George Harrison suona chitarra e piano) con l’album di debutto John Lennon/Plastic Ono Band che non sarebbe uscito prima del dicembre successivo. E come dimenticarsi di Ringo. Il batterista avrebbe dato alle stampe ben due LP in quel 1970, con il primo – Sentimental Journey – a precedere di pochi giorni la rottura (27 marzo 1970) e il secondo – Beaucoups of Blues – arrivato alla fine di settembre.

Tutti i pezzi sulla scacchiera di questa rivalità a distanza erano stati posizionati, ma il duo per antonomasia Lennon/McCartney forse aveva sottovalutato troppo e per troppo tempo le potenzialità espressive di Harrison, con queste che divennero sempre più evidenti durante le session di Get Back. In seguito lo stesso Lennon fu “costretto” ad ammettere che Something – brano già pronto nel 1968 ma messo da parte proprio per l’ostracismo che la band mostrava nei confronti del chitarrista – era di gran lunga il singolo migliore di Abbey Road. Ma per capire come Harrison maturò l’intenzione di procedere con un album tutto suo, bisogna fare un passo indietro e risalire addirittura alle session che poi portarono alla pubblicazione di The Beatles (o White Album) ben due anni prima, nel novembre 1968. E forse anche prima, dato che la penna “minore” della band aveva da un paio d’anni cominciato un percorso di riscoperta del proprio io e di rinascita spirituale che l’avrebbe poi condotto sulla via dell’induismo (corrente visnuismo).

I Beatles ai Twickenham Film Studios durante le session per “Get Back”

Nonostante il periodo chiaramente stimolante dal punto di vista creativo, appena quattro brani di Harrison (uno per ciascun lato) vennero “accettati” dalla diade Lennon/McCartney per la tracklist di The Beatles, ottenendo come risultato un enorme risentimento che nei mesi successivi la pubblicazione si tradurrà in un altrettanto ingente quantità di materiale scritto e registrato dal Nostro. Mentre While My Guitar Gently Weeps non si poteva rifiutare (e sarebbe stato assurdo), emergeva lentamente il suo animo sarcastico (Piggies), quello più etereo (Long, Long, Long) e il suo spirito di adattamento (quella Savoy Truffle adattata alle esigenze della band). Tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 prenderanno vita la maggior parte dei brani che andranno a comporre l’infinita scaletta del primo (vero) lavoro solista. Decisiva sarà la sfuriata a camere accese ai Twickenham Film Studios, anche se occorreranno diversi mesi dopo lo scioglimento e una bella vagonata di incoraggiamento da parte di amici e collaboratori; su tutti Phil Spector, ossessionato dall’idea di lavorare al debutto di Harrison dopo aver ascoltato le demo in casa del Nostro (a centinaia, a suo dire, e tutte potenziali hit) e aver mandato su tutte le furie Paul McCartney per la sua “spectorizzazione” di The Long and Winding Road e degli altri brani delle session di Get Back finiti in Let It Be.

All Things Must Pass (titolo evocativo, ma che riflette bene quell’aura rincuorante e dolce che da sempre contraddistingue il più schivo e timido dei Beatles) esce il 27 novembre 1970 ed è un trionfo. Esattamente come previsto da Spector, la critica va letteralmente in estasi – abituata com’era ad ascoltare solo due brani del chitarrista all’anno e trovatasi improvvisamente ad ingurgitare 23 tracce che non sembrano nemmeno abbastanza. Si comincia a parlare di “autore finalmente libero dalle catene”, capace di passare dalla gioia alla commozione, fino a passi più meditativi, senza regole e senza freni. C’è chi addirittura – come fa Richard Williams di Melody Maker – si spinge a paragonare questa rivoluzione in casa Harrison alla prima volta che Greta Garbo parlò in un film sonoro (divenne poi celebre l’espressione: “Garbo talks! – Harrison is free!“). Per non parlare dei risultati in termini commerciali: My Sweet Lord – voluta insistentemente come singolo da Spector – diventerà una hit mondiale e raggiungerà la posizione #1 sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, così come riscossero notevole successo anche What Is Life e Apple Scruffs, con l’album stesso che non si schioderà dalla prima posizione nelle classifiche per diverse settimane. Il successo perdurerà anche nel 1971 e sarà tale da ostracizzare quasi completamente i successivi due album dei colleghi (parliamo di Ram per McCartney e l’iconico Imagine per Lennon) così come aveva già fatto con John Lennon/Plastic Ono Band (co-prodotto dallo stesso Spector) e McCartney.

George Harrison in posa per lo scatto della celebre copertina di “All Things Must Pass” nel giardino della sua dimora

Senza nulla togliere agli stimati colleghi di cui sopra, c’è da dire che George Harrison si ritrovava nel caveau una serie di potenziali album a livello dei migliori Beatles e decise – in un atto di spensierato coraggio – di pubblicare tutto in quello che poi si rivelò un triplo album coi fiocchi (quando invece un altro avrebbe potuto giocare in difesa e distribuirli nel tempo con più parsimonia). La rivincita doveva essere schiacciante e Harrison stesso nel periodo ’69-’70 aveva bisogno di liberarsi completamente dei vecchi asti, dei risentimenti, delle parole non dette.

Tuttavia, l’incipit di All Things Must Pass non rivela nulla di tutto questo, è anzi una presa di consapevolezza del ruolo di cantautore, dove allo stesso tempo Harrison si rivela affiancandosi a un altro grande della musica: Bob Dylan. L’amicizia tra i due, nata nel 1964 e poi continuata nel tempo con una serie di influenze reciproche, è sublimata in I’d Have You Anytime, ballata gentile che apre un album ancora tutto da scoprire. Si tratta di un inno all’amicizia, dipinta con toni chiaramente romantici (all’interno fa una capatina anche Eric Clapton alla chitarra). Organicamente le succede My Sweet Lord, dove all’amicizia si sostituisce chiaramente la spiritualità anche se i concetti cardine rimangono praticamente inalterati, segno della filosofia di vita che Harrison aveva adottato e che conduceva con estrema naturalezza (breve parentesi sulla causa di plagio “inconscio” persa dal nostro a favore di He’s So Fine, brano inciso dal gruppo The Chiffons). Il brano, poi, non era una novità assoluta: il chitarrista l’aveva ceduta a Billy Preston e apparve circa due mesi prima nell’album di quest’ultimo, Encouraging Words, in una versione soul-gospel più breve ma da recuperare.

George Harrison a casa di Bob Dylan a Woodstock nel novembre 1968

Wah-Wah è, se vogliamo, il primo brano in cui si avverte appieno la libertà espressiva di Harrison e il suo grido – tra rabbia, frustrazione e voglia di lasciar correre una creatività fino a quel momento rimasta incatenata – verso una situazione claustrofobica e ormai non più sostenibile dal punto di vista mentale. Il brano, semplicissimo nella sua forma ma dotato di un’energia inedita, fu scritto nel gennaio 1969 all’epoca del famoso primo allontanamento dai Beatles, conseguente la lite ai Twickenham Film Studios e in risposta alle continue critiche di McCartney sul suo modo di suonare la chitarra. Isn’t It a Pity è uno dei grandi rifiuti dei Beatles, perché parlare di scarti sembra alquanto indecoroso. Scritta nel 1966, venne proposta alla band per l’album Revolver, incontrando il veto di Lennon. Harrison considerò anche di offrirla a Frank Sinatra. Una canzone che non sfigura affatto accanto a una Something e che nell’insieme di All Things Must Pass riflette parecchio bene quell’aura spirituale che il disco porta con sé. «Isn’t It a Pity parla di ogniqualvolta una relazione raggiunge il suo punto più basso. Si è trattato di un modo per capire che quelle volte in cui mi sono sentito buttar giù da qualcuno, c’era la possibilità che io avessi fatto altrettanto con qualcun altro», spiegherà Harrison nella sua autobiografia I, Me, Mine. Riproposta anche da Nina Simone nel suo album del 1972 Emergency Ward, ci piace citare anche la versione dei Galaxie 500 per l’album On Fire del 1989.

Il Lato B si apre con un’altra hit mondiale: What Is Life, registrata insieme a Eric Clapton e all’intera band di Delaney & Bonnie con cui Harrison era andato in tour l’anno precedente, raggiunse la Top 10 negli Stati Uniti (oltre che in Canada e in altri paesi) ed era inizialmente stata pensata per essere ceduta a Billy Preston (l’idea balenò proprio mentre il Nostro si dirigeva alle session di registrazione di That’s the Way God Planned It). Ancora una volta, temi universali, semplici e chiari come la luce del sole: «What I feel, I can’t say / But my love is there for you any time of day […] Tell me, what is my life without your love? / And tell me, who am I without you, by my side?». If Not for You è un brano di Bob Dylan apparso nell’ottobre precedente su New Morning, ma Harrison – che aveva preso parte brevemente a quelle session – ne registrò una versione tutta sua con l’aiuto di Phil Spector che ben si sposa con la successiva Behind That Locked Door, nata come messaggio di incoraggiamento a Dylan stesso, tornato recentemente ad esibirsi dal vivo con la Band. Quest’ultima, una delle rare composizioni in stile country di Harrison, risente chiaramente dell’influenza del menestrello (specie degli album John Wesley Harding e Nashville Skyline). Segue la seducente Let It Down, pregna di carica lussuriosa e velati riferimenti adulterini, anch’essa proposta ai Beatles nel corso delle session di Get Back.

Eric Clpton e George Harrison

Il clima di tensione interno al Fab Four è ben delineato nei versi di Run of the Mill, in assoluto uno dei migliori brani in tracklist, tra i più sofferti, ma con una propensione sconcertante alla distensione, alla liberazione dello spirito da tutta la negatività del periodo. Ringo Starr fa capolino alla batteria nella successiva Beware of Darkness, canzone dai connotati mistici molto cara all’autore e che negli anni riceverà numerose cover (da Leon Russell a Marianne Faithfull, per non parlare della commovente versione che Clapton ne diede al Concert for George il 29 novembre 2002, a un anno esatto dalla scomparsa di Harrison). Di chiara ispirazione dylaniana è anche la successiva Apple Scruffs mentre Ballad of Sir Frankie Crisp ben rivela le diverse sfaccettature di Harrison come autore in grado di passare in pochi attimi da un’atmosfera mistica e spirituale a una più eterea e sentimentale, a un’altra decisamente più umoristica e disimpegnata. Il brano racchiude tutte queste anime senza che l’una prevalga mai sulle altre ed è un affettuoso omaggio al vecchio proprietario della dimora di fine Ottocento acquistata nel gennaio ’70 da Harrison.

Di Dio e relazione tra materialismo e spiritualità – temi cardine che accompagneranno Harrison per il resto della sua vita – parla Awaiting on You All, che ripete la ritmica delle precedenti My Sweet Lord e What Is Life, con quel suo procedere come un mantra (e come un treno) spedito verso la sua conclusione (fa scalpore ancora oggi leggere un verso come «And while the Pope owns fifty one percent of General Motors»). Tutto passa, quindi: i Beatles passano, le relazione sentimentali passano (quella con Pattie Boyd stava per naufragare), George Harrison passa, tutto ciò che è materiale passa. Quindi non resta che affrontare un altro giorno con una sempre maggiore consapevolezza («All things must pass / None of life’s strings can last / So I must be on my way / And face another day»).

I Dig Love apre il Lato D ed è subito evidente lo scarto con il resto delle composizioni per via del predominio del pianoforte sulla slide-guitar, così come la successiva Art of Dying sembra quasi un flashback del periodo beatlesiano (e in effetti lo è dato che risale al ’66), con la sua frenesia, le corse disperate dalla folla di fan al seguito (non è un caso che fu registrata nell’aprile ’70, appena dopo lo scioglimento) e allo stesso tempo costruisce un ponte per il futuro (la sua atmosfera proto-disco). Subito dopo una seconda versione di Isn’t It a Pity, l’album termina con Hear Me Lord e anche qui ci troviamo davanti a un tuffo nel passato. Scritto nel 1969, fu eseguito anche dagli stessi Beatles nelle prove ai Twickenham Film Studios e non solo chiude il triplo LP ma idealmente incastona quest’ultimo Lato in un santuario dei ricordi, come a testimonianza di un periodo fatto e concluso, ma non per questo da dimenticare, tutt’altro.

Tutti i brani di All Things Must Pass faranno letteralmente il giro del mondo e verranno elevati a una diversa dimensione nel successivo The Concert for Bangladesh, registrazione delle due serate benefiche organizzate il 1° agosto 1971 al Madison Square Garden di New York. L’album risulterà il più venduto di un ex-Beatle con i suoi sei dischi di platino, e a Paul McCartney occorreranno altri tre anni per bissare la doppietta su Billboard (album + singolo al #1 in in classifica) raggiunta dall’amico (ci riuscirà con Red Rose Speedway insieme agli Wings).

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