• Set
    02
    2013

Album

Silentes

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In the name and spirit of Alan Lomax”, tornano a unire le forze due tra i migliori scultori di suoni italiani. Non contiamo più le occasioni in cui il toscano e il tarantino-berlinese hanno (bellamente) incrociato le armi, ma per questo doppio CD sembra abbiano riservato il loro meglio. Dust Tears And Clouds è costituito da due dischi: Dust Tears And Skinny Legs Poets colleziona registrazioni risalenti al 2007 e contigue a Muddy Seaking Ghosts Throught My Machines, mentre Please Don’t Count The Clouds riesuma una pubblicazione semicarbonara e limitata in triplo CDR 3” uscita per Foxglove nello stesso anno delle suddette registrazioni e implementata di una traccia condivisa.

Nel caso di Dust Tears…, è il fantasma Lomaxiano ad agitare i sonni dei due e il risultato non lesina in suggestivi rimandi ad epoche passate – le voci, e non solo, rubate all’etnomusicologo e al folk americano ancestrale – misti ad una sapiente ricollocazione di quelle memorie afasiche in un flusso a volte eterogeneo, ma sempre elaborato con eleganza, gusto per la misura e perfezione formale. Le spettrali reminiscenze dal sapore pre-war folk si uniscono, in questo senso, alle elaborazioni elettroacustiche del duo creando non una sfasatura, quanto un’ideale concatenazione tra mondi in apparenza distanti cronologicamente e ideologicamente. Esemplari, in tal senso, Trail Not Found, un country blues che sa di polverosi giri di grammofono pronto a trasfigurarsi in un elegiaco fluire di arpeggi e fruscii elettronici, la sognante Sometimes At The Beginning, retta da un voce femminile di cristallina bellezza o More Horizon – One, sospesa tra evanescenti e fantasmatiche presenze e malinconica ambient che risale dagli abissi del passato.

Su registri diversi il bonus CD Please Don’t Count…, mosso da distese di suoni più marcatamente “moderni” e privi delle suggestioni alla Lomax: un pezzo per uno – Deep Green Dreamer per Becuzzi, un quarto d’ora di ambient pacificata ed estatica; At Last As Naked Clouds, stratificazioni minimali in apparente stasi, per Orsi – ed uno condiviso (Lost) più, in aggiunta, Found, pièce sempre a quattro mani e limitrofa, per atmosfere e ascendenza, alla citata Lost.

Facile derubricare questo doppio al livello del solito lavoro collaborativo fra i due; molto più complesse le rivendicazioni sonore e la resa finale dell’archeologia (post)lomaxiana che ha sempre contrassegnato le esperienze in duo rispetto al panorama contemporaneo, che ce li mostra fini ideologi di un fare musica globale e privo di connotazioni temporali.

17 Ottobre 2013
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