• Set
    06
    2017

Album

Luce Sia

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L’ambientazione, sin dal titolo shiningiano, e il background degli autori (Limbo, Kinetix, Noise Trade Company per Becuzzi, Noisedelik e Hidden Reverse in combutta con Simon Balestrazzi per Olla), di evidente matrice ambient/noise/drone, ci farebbe pensare a una sorta di colonna sonora immaginaria per efferatezze varie. Invece in RedruM i due si cimentano con un sottogenere mai troppo sfruttato e dalle evidenti potenzialità, secondo chi scrive, com’è quello delle “murder ballads”. Sì, le più note sono quelle che diedero il titolo a uno dei dischi più commercialmente potenti di Nick Cave, ma anche eroi del sottobosco folk e sperimentale come Martyn Bates a.k.a Eyeless In Gaza o di quello electro-sperimentale come Mick Harris (dai primissimi Napalm Death agli Scorn, passando per Matera, Praxis e Painkiller) vi si cimentarono in un trittico targato Musica Maxima Magnetica negli anni ’90, a dimostrazione di come il fascino per i racconti popolari di violenze e omicidi abbia toccato lande tra le più diverse.

Becuzzi e Olla non sono da meno e mettono in scena una manciata di “rivisitazioni” di traditional e testi originali altrui (Danzig, Sting e l’opener Black Dahlia, nomen omen, opera dello stesso Becuzzi), con una strumentazione minima – ovvero utilizzando il secondo [d]ronin, chitarra e oggetti sonori, e il primo, insolitamente ma non troppo (vedi alla voce Noise Trade Company e Grey History, ma anche il solo Deceptionland), esclusivamente la propria voce – e piegando l’immaginario “folkish” che sta alla base di questo tipo di proposta al proprio background e alla propria sensibilità. Ne escono bozzetti più o meno ampi che passano dalla sperimentazione da grey area a reminiscenze da folk-noir, da tappeti sonori limitrofi alla concreta (molti i vuoti costellati di sfregamenti di corde o battere su oggetti/strumenti) a distese di bordoni d’ambiente, accomunati da una sensibilità potente e centrata che li dissecca, trasfigurandoli in ectoplasmi spettrali, tanto onirici ed eterei quanto avvolti in una (ovvia) aura oscura e malefica. Dopotutto, per rendere storie di efferati fratricidi (la lunga, estenuante litania ruvidamente ipnotica di Two Sisters) o di omicidi involontari (la percussività incessante in I Hung My Head), tanto per citare due pezzi dell’album, c’è bisogno di un “tappeto sonoro” adeguatamente malato e insano, fatto sia di piccoli movimenti o variazioni – in Pretty Polly emerge anche un arpeggiare “morriconiano” – come di slanci di pura energia.

Ottimo il risultato finale, in grado di mantenere una perfetta coesione interna senza risultare mai troppo omogeneo o monocorde: rischio sempre dietro l’angolo se non si approccia una materia tanto particolare con la conoscenza e la classe con cui l’hanno affrontata i due autori.

23 Ottobre 2017
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