Recensioni

7.4

Puntuale nonostante la clausura da COVID-19, arriva il quarto volume del disco perpetuo di Gianni Maroccolo, stavolta sottotitolato Mente e dedicato alla follia (sia quella realmente patologica, sia quelle deviazioni dalla norma temute dai detentori dell’ordine), e come di consueto arricchito da un racconto di Mirco Salvadori (Bombo, una storia di marginalità), dalle illustrazioni di Marco Cazzato (quello in copertina non è lo scarafaggio di Kafka ma un tarlo, classica metafora di ciò che tormenta i pensieri) e da un parterre di ospiti particolarmente ricco anche a causa della struttura del disco.

Questo quarto episodio, infatti, privilegia, come già nel secondo, la forma (ma soprattutto la durata della) canzone rispetto alle lunghe suites d’atmosfera del vol. 1 e soprattutto del vol. 3: parliamo di durate perché, accanto a canzoni vere e proprie, restano quei brani evocativi, strumentali o con un recitato, che proseguono il discorso dei precedenti capitoli. L’iniziale T.S.O. X, in questo senso, conferma l’approccio mentre sembra smentirlo: con i suoi 8 minuti e l’articolazione in tre movimenti è la più lunga del disco, ma col suo tiro elettro rock, potenziato dalle chitarre e da un frammentario testo di Giorgio Canali oltre che dalla batteria di Luca Martelli (appunto Rossofuoco, ma anche Litfiba e Atroci) nonché dall’elettronica di un inatteso Flavio Ferri dei Delta V, neanche ci si accorge della sua lunghezza.

La parata degli ospiti prosegue in Sognando, cover dello storico brano di Don Backy: è qui che, dopo l’apparizione sul vol. 1 (con conseguente live alla festa della Contempo Records all’Auditorium Flog, dove eseguirono anche una improvvisata ma notevole Eroi nel vento), Edda torna a collaborare con il Nostro, per una rilettura che con quell’andatura Cave da Red Right Hand rallentata somiglia più alla minimale e stremata versione dell’autore, che duetta alla voce con Rampoldi, che non quel manuale di arrangiamento e dinamiche che era l’incalzante ed esplosiva versione di Mina (il brano è presente anche su Noi volevam suonar in versione identica, ma solo con la voce di Edda).

Ferri torna nell’ambient di Echi come co-autore e unico musicista insieme a Marok, a raccontare il tarlo che si insinua nella mente, seguita dai ricami di chitarra in 3/4 di E mentre tu giri, primo dei due brani in cui compare, anche come autore unico, Umberto Maria Giardini (the artist formerly known as Moltheni). Il tema della follia e la voce di Canali tornano nei CSI acidi e privati di Lettera di Ida Dasler, nella quale a parlare è l’antica amante di Mussolini poi rinchiusa “in un volgare manicomio” per non compromettere l’immagine pubblica del capo fascista, la storia della quale è stata raccontata nel film Vincere (2009) di Marco Bellocchio (e il testone rosicchiato dal tarlo nel video di Sognando sembra proprio quello sia del personaggio storico, sia di Filippo Timi nel film).

In Hotel Dieu arrivano Teho Teardo e il violoncello di Laura Bisceglie a stemperare la tensione (ma c’è sempre il tarlo al lavoro), in un brano che richiama sia certe colonne sonore dell’ospite che le consuete atmosfere del titolare del disco, mentre la successiva Ogni luce è una perla melodica scritta da Maroccolo insieme a L’Aura, che la esegue da sola voce e piano, con un’interpretazione da Björk e una scrittura Bianconi che si incontrano presso l’inquietante Nico de Le Petit Chevalier, per raccontare l’oppressione femminile (anche l’autore la apprezza, al punto da riprenderne il tema con aggiunta di elettronica per chiudere il disco). Il dialogo tra la chitarra di Giardini e il basso del nostro in Gamma introduce il finale del disco, Sociopatia, in cui Canali recita un altro testo frammentato, mentre il bassista dialoga con Ferri e con la batterista Matilde Benvenuti (delle Her), anche all’elettronica, a tessere e intrecciare trame di inquietudine e pathos.

La ripresa di Ogni luce chiude il disco e, quindi, teoricamente anche l’intero progetto Alone, che prevedeva questo come volume conclusivo. Si è trattato di un viaggio che il bassista ha guidato da solo, pur con le consuete collaborazioni (frutto dei buoni rapporti intessuti durante i tanti anni nel mondo della musica), permettendogli di esprimersi con un’autonomia per forza di cose superiore rispetto ai tempi in cui doveva fare i conti con le dinamiche e gli equilibri dei gruppi in cui ha militato e di proseguire l’esplorazione di quanto espresso nei suoi dischi scorsi (A.C.A.U. – La nostra meraviglia e Vdb23/Nulla è andato perso); e il modo in cui certe vibrazioni sommesse dei CSI sono presenti in misura simile ma leggermente spostata anche nelle opere di Magnelli e Zamboni – Canali è invece più riconoscibile – fa chiedere se ciò dipenda da influenze reciproche scambiate ai tempi della band e ormai scritte saldamente nella poetica di ognuno dei tre o se quel gruppo fosse una convergenza di spiriti ancora più affini.

Ultimo capitolo, quindi, ma conoscendo l’autore e il suo stakanovismo, dubitiamo fortemente che sia finita qui. Nel momento in cui è arrivata la clausura, infatti, l’ex-bassista di Litfiba, CSI e Marlene Kuntz, chiedendosi cosa potesse fare come musicista in questo momento storico, ha pensato bene di proporre a Edda di realizzare un disco e regalarlo a chi lo chiedesse, e la Contempo ha accettato (bastava pagare le spese postali per cd e vinile mentre la versione digitale è in free download dal 30 giugno).

Accanto alla vastità del progetto di Alone, questo è un album se vogliamo più piccolo, realizzato con tanti limiti produttivi ma tutt’altro che minore o tirato via: gli arrangiamenti, nonostante i mezzi casalinghi, riescono a stare in linea con quella grinta uptempo che Rampoldi aveva mostrato già nel disco dell’anno scorso (Fru Fru), oltre alla sua consueta ispirazione ruvida e irriverente (già nelle note stampa alle canzoni), qui centrata sempre sui fantasmi della mente (e su un modo di esprimersi tutt’altro che correct) ma meno negli abissi rispetto al solito; e il lo-fi forzato non impedisce la varietà sonora.

L’iniziale Maranza riporta i dialoghi coi quali è nato il disco, prima di lanciarsi in un’elettrodance comunque più raffinata di quanto voglia far credere il titolo (e con frecciatina ai Negramaro); la seguente Servi dei servi è un rock sbracato-VU che rende omaggio a Philopat e ai centri sociali anni ’80 tra dubbi («tempo ne abbiamo […] e mo che cazzo facciamo?» adatto anche all’oggi) e certezze («oggi la polizia la facciamo scappare»). Noio in teoria plagerebbe La guerra è finita, in realtà gratta e pulsa sotto impressioni della fine di un rapporto, come in Stai zitta la cassa in quattro segue intima il dialogo e le difficoltà di comunicazione tra un ex brigatista e sua moglie (e con ironia amara si cita «I wish I was special» da Creep), mentre in Madonnina sono ancora frammenti di discorsi amorosi tra un organo notturno e qualche eco di canzone italiana anni ’70 (come già nel disco scorso) e un finale che scarta inatteso verso un valzer da giostra oscurata. Bebigionson alza di nuovo i giri ispirandosi a Daniel Johnston per tracciare un quadro della contemporaneità tra forzature verbali, frasi frammentate, dialettalismi e una citazione distorta («a pecora», dice Edda nelle note stampa) nientemeno che di Italian sinfonia dei Matia Bazar; Esce il sangue dalla neve è un vecchio brano scritto con Alessandro Grazian per arrangiare il quale Maroccolo coinvolge anche qui Flavio Ferri, per poi passare alle curiose variazioni con cui in Achille Lauro si omaggia appunto il cantante romano. Dopo la citata Sognando e i due mantra di Mantrino, si chiude omaggiando l’amico Claudio Rocchi con una cover della sua bella Castelli di sabbia, dove le dilatazioni pigre e ariose passano dall’aria Pink Floyd della versione originale a territori più vicini a quelli del bassista ma meno notturni del solito.

È un disco che Edda non pensava di fare (nato com’è dall’inattesa clausura, che verrebbe quasi da ringraziare) e che invece conferma la sua buona vena, così come questa coppia di dischi mostra un Marok in grande spolvero.

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