• Feb
    01
    2003

Album

Homesleep Music

Add to Flipboard Magazine.

Dirò innanzitutto che mi piace molto ascoltare questo disco. E’ come prendersi un vento caldo in faccia, avvolgente palpito emotivo, una sensazione piena che non impone corollari né minaccia conseguenze. Non occorre tuttavia attivare deleterie funzioni analitiche affinché gli entusiasmi soffochino ancora prima di sbocciare, e – paradossalmente – proprio a causa dell’efficace conseguimento di tutti gli obiettivi, perseguendo e realizzando cioè la definitiva svolta verso le densità pop già prefigurate nell’ottimo The Soft Touch ep.

Punk… Not Diet! sembra infatti impegnato ad incanalarsi con estrema cura lungo solchi già scavati, a mimetizzarsi in mille calligrafie altrui nel vano tentativo d’abbozzarne una propria. Operazione del resto affine a quanto già avveniva in Rise And Fall Of Academic Drifting, dove però la declinazione dei cliché post-rock in un’attitudine melodica dal forte impatto evocativo – splendidamente metabolizzati morriconismi e trepide inquietudini mitteleuropee – azzeccava un prodigioso diapason emotivo, una fragranza espressiva che si ritagliava di prepotenza connotati piuttosto peculiari, quasi inconfondibili.

Il baricentro di quest’ultimo lavoro sembra invece traslare in superficie, verso la strutturazione e padronanza del tessuto sonoro, nel tepore naturale con cui i tanti (talora troppi) elementi riescono a stratificare, ad imbastire camere di decantazione e dialogo, ad accogliere bassi profondissimi, sottili tormenti di corde, quieti ricami di piano, geografie e perturbazioni cibernetiche, baluginii di fiati ed il palpitare ora asciutto ora sfarfallante del drumming.

Forte è la sensazione che i meriti si fermino all’estetica, mancando salda corrispondenza con la profondità, la polpa del messaggio, senza contare poi quanto l’accumulazione di soluzioni ed espedienti finiscano per uniformare anziché distinguere, consegnando l’intero opus all’abbraccio standardizzante dell’iperproduzione: è sicuramente il caso di The Comforting Of A Transparent Life, diafana ballata in agrodolce che il maquillage sintetico operato da Arne “Styrofoam” Van Pentegem rende un po’ stancamente Notwist, o della caligine ipnotizzante di Once Again And Farewell che rimanda – tolta un po’ d’elettronica – al (bel) lavoro dei cugini d’etichetta Yuppie Flu.

Inclinazione che per la verità attraversa un po’ tutto il programma, e mi sembra sottendere la scelta di un vocalist capace ma scarsamente caratterizzante – il quasi defilato Alessandro Raina – come a rincorrere una sorta di mediocritas interpretativa capace di farsi veicolo tanto discreto quanto efficace del quid melodico (Matteo Agostinelli docet). Sentire per credere l’understatement disarmante con cui viene espletata la pratica The Swimming Season (innescata sull’efficace contrasto tra pennate in levare e arpeggio febbricitante, quindi sciolta in una francamente dolciastra brodaglia di fisarmonica e clarinetto) e persino lo struggente tre quarti di When You Were A Postcard (sdolcinatezza fifties rasa al suolo, stuzzicata con un banjo puntuto – ancora molto Notwist – e quindi sottoposta a dilatazioni irrorate d’inquietudine, ad un crescendo trattenuto di fantasmi GY!BE).

Più riuscita, ancorché schematicamente affine a quest’ultima traccia, è senz’altro Given Ground (Oops… Revolution On Your Pins), se non altro per l’epico ma non invadente assedio degli archi ed il bridge in punta di sincope, mentre la successiva Connect The Machine To The Lips Tower *Be Proud Of Your Cake* – flaminglipsiana solo nel titolo – estingue gli ultimi debiti Mogwai innaffiandoli di scompigli elettronici (a cura di Thaddeus Herrmann), crepuscoli di ottoni e diffuse suggestioni Radiohead (zona OK Computer).

Il pezzo più convincente – e sul quale i Nostri penso dovrebbero concentrare armi e bagagli – mi sembra Last Act In Baires, madreperlaceo e sospeso su melodia impalpabile eppure efficace, toccante, filata su trame di grazia iperuranica (vagamente Mùm) dalla bella interpretazione vocale delle sorelle Kaye e Christy Brewster, mentre una sospensione di particelle elettroacustiche ci culla la gravità insistita dei pensieri.

Così come Too Much Static For A Beguine fa in apertura (introduzione recitata a cura di Ronnie James), altrettanto cinematicamente Dolphins Are Here To Watch Your Blue Blood Flow chiude le danze, ed è tutta questione di violino e viola, di un piano strappato a qualche buio rimpianto, di una pelle che vibra cupa, di tuffi al cuore.

Tanti i motivi di soddisfazione e rammarico, spesso indistinguibili, mortalmente affiancati. Situazione tipica, si dirà, delle fasi di transizione, della ricerca in fieri: eppure, nonostante una certa afasia dei contorni, l’inclinazione da aspetto definitivo di questo disco suona tanto palpabile e impellente da prefigurare lo spettro del vicolo cieco, il fiato corto delle prospettive. Spero di sbagliarmi, di cuore.

1 Febbraio 2003
Leggi tutto
Precedente
The Sea And Cake – One Bedroom The Sea And Cake – One Bedroom
Successivo
Steve Wynn – Static Transmission Steve Wynn – Static Transmission

album

artista

Altre notizie suggerite