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7.1

Succede più o meno di tutto, nei tre anni che seguono Smodato Temperante. Già esaurita l’esperienza CSI, il 2002 vede nascere l’entità PGR, che dei CSI ripropone l’organico (escluso, naturalmente, Zamboni) spostando però drasticamente l’obiettivo verso sonorità elettroniche previa l’arte esotica e raffinata del produttore francese Hector Zazou. Ginevra è ormai a tutti gli effetti uno dei motori del gruppo, compone le melodie cui presta una voce sempre più duttile, ulteriormente arricchita dalle calde sfumature della gravidanza (il figlio Jacopo nascerà in maggio, subito dopo un tour teatrale assieme a Max Gazzè).La maternità non ne frena affatto l’estro: oltre a proseguire la partecipazione al progetto Stazioni Lunari ideato da Magnelli, si imbarca nell’avventura dello spettacolo teatrale Iris (ispirato ad un racconto dello spagnolo Manuel Rivas). Esperienze che le permettono di entrare in contatto con artisti, generi e forme di diversissima estrazione, realtà a cui sembra adattarsi con splendida naturalezza. Nel 2004, assieme a Magnelli, decide di lasciare i PGR per seguire direzioni sonore ormai estranee alle idee dei pur sempre amici Ferretti-Maroccolo-Canali. Si arriva così a Disincanto, a questo frutto dolciastro dal cuore amaro, a questi undici episodi di ordinaria versatilità.

Di primo acchito, sorprendono certe evidenti concessioni a velluti soul-blues, ma la coerenza del percorso di Ginevra rimane intatta, non si disperde: lontana anni luce dallo scimmiottare modelli angloamericani come troppe infauste stelline nostrane, continua a spianare la sua narrativa luminosa e appassionata, impreziosendola di ombre e sfumature, di scatti e giustapposizioni (come in Andirivieni, primo singolo estratto, o in Passero, dove azzecca un prodigioso equilibrio tra carnale e spirituale). Raccoglie cioè il frutto di tutte quelle esperienze che le hanno insegnato il mestiere dell’essenzialità e della floridezza, l’imprevedibile complessità dei margini, il peso specifico delle sfumature (emblematica in tal senso l’accoppiata conclusiva Io/Tu e Madre Severa: la voce – o le voci sovrapposte – a ordire languido abbandono e tensione radente, tra delicatezze valzer e fatalistico incedere folk). Non v’inganni però la fisiologica dolcezza del canto di Ginevra: queste canzoni parlano di un profondo disagio spirituale, sono il disincanto – appunto – dello stare al mondo, su questo mondo, in questo tempo. Sono invettive amare (“il dolore è un messaggio attraente, da chi soffre davvero mai così distante”) e cronache di orgogliosa alterità (“altri ancora diranno no, senza animarsi dell’assalto, senza volontà di depredare”).

Sono fotogrammi atroci da un’era atroce (“quel corpo si agitava, era la primavera o i colpi sotto la pelle?”). Sono speranze che s’avverano dove è vera la poesia (“se il tempo volesse fermarsi e difendere uno sguardo, io vedrei i tuoi occhi restare così, schiuma di mare, lune sottili, piogge pure”). Sono anche e soprattutto dichiarazioni d’amore per la musica, la sua capacità di scompaginare il mosaico e di prenderti in consegna (“grande era la mia musica, quando ero piccola io, nelle mani mi portava le stelle”), e in ragione di ciò amareggiate per la pochezza di tanto standard attuale (“l’aria non ha più mistero intorno a te, canti di amore sterile che non so riconoscere”). Testi bagnati da una complessità felice perché risolta, vivida perché viva. Ben accordati del resto anzi organici al tessuto sonoro intrecciato dalla band sotto la produzione “artistica” di Magnelli, all’inseguimento di strutture senz’altro evocative, intense, molto curate eppure sempre funzionali all’intenzione espressiva, mai sopra le righe anche quando ne contrappunta il senso.

Ciò vale tanto per Tribale (che – tra radiofrequenze fuori sintonia, percussioni arcaiche e ghirigori sintetici – sembra l’inconfessato cordone ombelicale con il disco d’esordio dei PGR) quanto per il funky-jazz da marionetta di No Exit (dove una cospirazione serial/minimale abbozza un trip-hop portishediano che trova Ginevra pronta ad indossare sorprendenti fattezze Beth Gibbons). Vale per le palpitazioni valzer di Hannoré, vale per lo sconcerto cupo di J, vale per il funk sonnacchioso di La rete (l’andazzo CSI dei versi e la nevrastenia impertinente à la Cristina Donà del chorus per un finale di frastagliati fraseggi sintetici). E vale soprattutto per le fantasmagorie allarmate e danzereccie di La buona fortuna (chitarra ghignante effettata, melodia obliqua ad intossicare il chorus, turgido basso del “guest star” Max Gazzè) che nasconde in coda una breve, amara invettiva voce/chitarra – sorta di “ghost (on the) tracks” – rivolta al Grande Fratello onnisciente (“ad ogni passo un rapporto, ad ogni passo”).

In Ginevra Di Marco quindi il passato sembra specchiarsi nel presente, indovinarsi nel presente, spandere un giudizio muto di suoni e parole. Un po’ quello che fa Fedeli differenti, vero e proprio canto d’amore alla musica che tra allarme ed entusiasmo, mescolando gioiosa nostalgia e – appunto – un vasto disincanto, si porta dentro la psichedelia e gli stornelli, interseca la new wave con i cori delle mondine. Due parole anche sull’artwork, realizzato da Luca Matti, che abbraccia splendidamente i temi e gli umori tra e dentro i pezzi, chiudendo il cerchio attorno ad un disco che mantiene le promesse e forse qualcosa di più. 

É definitivamente apparsa una stella. La seguiremo a lungo.

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