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7.1

Dopo il riuscito Puerto Libre per la Di Marco ancora un viaggio nel profondo delle tradizioni e dei margini, recuperando brani come frammenti di Storia più o meno sommersa e dimenticata. Passando da Napoli a Cuba, dalla Bretagna al Lazio, dalla Toscana al Cilento e ai Balcani, la voce di Ginevra sposa con trasporto e generosità il vitalismo delle proteste popolari (l’ottocentesca ma attualissima – fin dal titolo – Il crack delle banche), le doglianze e le meditazioni sulla difficile arte di stare al mondo (una struggente In Maremma, il malanimo ipnotico di La Maza), i volti diversi e complementari dell’amore (la trascinante Usti Usti Baba, la serrata Au Bord De La Fontaine), rivelandosi interprete a tutto tondo nella screanzata M’aggia curà e nella fervida Le figliole.

La produzione artistica del “solito” Francesco Magnelli determina arrangiamenti ingegnosi ma essenziali, rispettosi delle radici ma senza timore reverenziale, valga per tutti ciò che accade in Ali Pasha, canto storico albanese avviluppato in ubriacante trama gitana con venature jazz. Da sottolineare infine l’inclusione in scaletta di due pezzi firmati Tenco (una Io sì dalle azzeccate derive sirtaki) e Pino Daniele (una trepida – e non potrebbe essere altrimenti – Terra mia), di fatto poste sullo stesso piano delle altre, quasi si intendesse riannodare e un po’ rimpiangere quel legame tra canzone d’autore e vita ad altezza d’uomo un tempo saldissimo e oggi parecchio più labile.

Prendetelo come un affascinante, a tratti divertente, grido d’allarme. Se vi pare.

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