Recensioni

7.4

Malgrado qualche dettaglio da mettere a fuoco, il debutto in solitario di Ginevra Di Marco fu accolto molto bene. Tanto da guadagnarle prima il Premio Ciampi e poi il Tenco come miglior artista esordiente. Questi consensi, alcune azzeccate collaborazioni (con Franco Battiato in Gommalacca, con Cristina Donà nel tributo a Robert Wyatt, con Max Gazzè che accompagna in un fortunato tour teatrale) e soprattutto il suo ruolo centrale nel progetto Stazioni Lunari assieme a Francesco Magnelli, le consentono di allargare la cerchia, di ritagliarsi una dimensione propria, sfrondata dalle incertezze di rotta, da certi paramenti eccessivi o inadeguati ostentati in Trama Tenue.

In questo senso è comprensibile anzi ragionevole l’uscita di un disco dal vivo, casomai ci fosse bisogno di giustificare una scelta del genere. In ogni caso, Smodato Temperante è un’ottima testimonianza e in assoluto un gran bel lavoro. Le circostanze live lo spingono a scavare dentro le melodie e i suoni, cercandone i riverberi più nudi e segreti, indagando lo spazio e l’energia che cova tra l’avvenire elettrico ed acustico, l’intima coesione tra voce d’uomo (pardon, di donna) e strumento. Un’immersione “dentro”, nel proprio essere forma più essenziale e meno artefatta, che ne determina le vibranti sembianze. Che pure si svolgono semplici, immediate, come una Le grandi scoperte dove le asciutte palpitazioni percussive sono un sostrato soffice per le magie incrociate dei magnellophoni e dell’ugola di Ginevra, o come quella Trama Tenue che guadagna la brillantezza terrena delle chitarre e un canto che mastica quelle ombre che mancavano all’originale, per non dire del riff della younghiana Heart Of Gold in chiusura come un’ancora o un ponte tra tempo e suolo.

E poi ancora la tensione stemperata di Lilith (meno potente ma più “vicina”, giro nervoso di basso e zampate sfrigolanti di tastiera) e la tenerezza instancabile di Canto di accoglienza (le corde si aprono come valve, melodia che si schiude e s’incendia, si consuma e s’illumina). Ciò non significa abdicare la complessità e i preziosismi, come dimostrano i riverberi, i liquori elettrici, i singhiozzi e le fiammate digitali di Luce appare (l’andamento da blues costipato, i gropponi soul del basso, le giustapposizioni oblique di canto e controcanto), o l’insidiosa cadenza industriale di Neretva (con quell’evocativo finale sulle ali di una struggente evanescenza di synth), o ancor più la grana malferma di Eclissi (voce echoeizzata per una performance bjorkiana condotta senza sforzo apparente, il finale un travolgente delirio psico/danzereccio magnellophonizzato). E’ il definirsi di una cifra sonora che sa fermare la rincorsa della suggestione alle soglie del cuore, rispettando cioè il farsi della canzone sulla voce, voce mai preponderante sull’oggetto del cantare. Merito forse del retroterra folk (popolare, tradizionale) di Ginevra, in ragione del quale lei è sempre tramite, veicolo, testimone, mai punto focale della performance.

La canzone, dunque, prima di tutto, di quel tanto che comunque c’è e che vale moltissimo. Questo ci dicono Terraluna (originariamente contenuta in Matrilineare, progetto a più voci in tema di ninna nanna), Khorakhanè (capolavoro dell’ultimo Faber) e Tante Susanne dagli occhi neri: arcaiche e fuori dal tempo, bucoliche e astratte, pervase da un ipnotico impressionismo sonoro, sostenute da un impeto che sa farsi gioioso e giocoso per insopprimibile amore di musica (si senta la citazione di Happiness is a worm gun in coda a Terraluna). Resta da dire di Ederlezi, il “classico” di Bregovic da sempre nel cuore e nelle corde di Ginevra, qui trasfigurato in una sorta di danza tribale e moderna assieme, l’inciso scolpito da sobbalzi ritmici, le chitarre tremolanti, l’estro fuzzy del magnellophono. E Ginevra che si gioca la carta della voce sul tavolo della canzone, con disarmante semplicità, senza alcun compiacimento.

La canzone vince la posta. Le canzoni. Queste canzoni.

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