• Set
    01
    1999

Album

Edel

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L’esordio di Ginevra Di Marco lascia poco spazio alle incertezze, ostentando una direzione sonora sfaccettata, pulsante, fin troppo elaborata forse per il timbro della sua voce. In effetti, il difetto principale di questo disco sembra proprio l’aver voluto smarcarsi quanto prima e meglio dall’austerità rude e meditabonda dei CSI, per seguire invece atmosfere cariche di suggestioni e iridescenze imbastite da un Magnelli finalmente libero di sfogare appieno la sua “visione”. Se i magnellophoni (marchingegni sintetici – ora sembrano un wurlitzer ora un piano elettrico, ora un mellotron ora un moog – ideati da Francesco) sono il marchio sonico distintivo (si sentano il grugnito fuzzy Lilith e gli angoli inquietanti di Neretva), è però nella spessa strategia del basso e nei brumosi clangori di chitarra che si definisce quella tensione tra istanze wave e trip-hop in cui sembra risiedere il nocciolo della questione.

É infatti un disco che stempera una speranza piuttosto flebile in un diffuso senso di allarme, come sembrano infatti suggerire i testi, composti da Ginevra con l’aiuto del fratello Jacopo: emblematica in tal senso Le grandi scoperte, dove nei versi una desolante disanima procede claudicando tra spigolose ombre Marlene Kuntz (non a caso c’è Cristiano Godano a spandere il suo mormorio vetroso su cigolio di chitarra), ed anche l’incitamento arioso del chorus sembra in disarmo, riservandosi il colpo di grazia con un declama ascetico a cura di Max Gazzè su affascinante sfondo di chitarra psych. É brava Ginevra a percorrere strade più brusche, a sfoderare quando occorre una grinta tirata (come in Voci di richiamo, spurgo wave da un lato, tremolii di corde e sussulti di viola dall’altro) o una disinvolta adesività pop (tra riff iridescenti e cinguettii sintetici di 3, memore nei versi di modalità Depeche Mode che si liberano melodiose nel chorus), ma è ben più convincente quando conferma ciò di cui la sapevamo capace. Ovvero, una pietosa, tenera, passionale solennità.

Come nell’iniziale Canto di accoglienza, ad esempio, dove procede setosa e strascicata, antica come una vecchia cassapanca e sottilmente jazzy, non potente ma potentemente umana e – soprattutto – femminile. O nella ninna nanna per pianoforte di Tempo di attesa, dove la voce s’assottiglia e ispessisce in un’invocazione senza tempo né quartiere. O anche quando s’arriccia à la Bjork nel ritornello di Eclissi, per adagiarsi un istante dopo in seno al proprio stesso tepore. Oppure – e soprattutto – nella title track: ballata piuttosto CSI (non a caso al basso c’è Gianni Maroccolo) sospinta da chitarre acustiche e da tremanti vapori di tastiere, forse un po’ scontata la progressione armonica e non brillantissima la melodia ma la voce anzi le voci (quella di Ginevra in overdubbing) confezionano un viluppo ammaliante, un planare spirito e precipitare carne come fosse il più naturale dei gesti.

Chiude il programma – nel migliore dei modi – La sorgente del futuro, ballata indolente che potrebbe essere un apocrifo Fossati con Wyatt a spandere sottili barlumi di sconcerto, uno schema che prevede prima il chorus a voce spiegata e poi s’accartoccia nella riflessività ombrosa dei versi, recando echi e fruscii elettronici, tramestii e un senso di piccole cose indagate. Buono quindi, a tratti buonissimo, irrisolto forse per essersi voluto troppo quando sarebbe bastato dare corda, accadere. Tuttavia, un ottimo biglietto da visita per una voce fino ad allora colpevolmente sottostimata dai più.

1 Settembre 1999
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