Film

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Vi dico subito che il film non mi ha lasciato molto. Magniloquente, forse più tendente al pomposo. Budget da sceicco, minutaggio elevato (Tornatore e le forbici sono due cose a sé), cammei a volte pretestuosi ed introdotti da insopportabili primi piani frontali e dolly. Giusto per dire: guarda chi abbiamo in questa scena, e compiacere la parte feticista del pubblico. Impossibile nominarli tutti. Michele Placido, Beppe Fiorello, Aldo Baglio, Nino Frassica nella parte di Nino Frassica, Leo Gullotta, Luigi Lo Cascio, Raoul Bova, Giorgio Faletti, Laura Chiatti (2 secondi di celebrità) e Monica Bellucci in quella che se non esistesse il marketing verrebbe ricordata come la più inutile partecipazione della storia, ma che così viene tradotta nella più consueta formula di amichevole partecipazione di. Comunque grazie, grazie Monica.

Come ultima terribile colpa un simbolismo presumibilmente poetico che farebbe storcere il naso anche ai più ferventi amanti del montaggio delle attrazioni o di Rimbaud. Il problema è che differentemente da Nuovo Cinema Paradiso (1988) il film manca d’anima. Le vicende di tre generazioni di una famiglia di Bagheria coprono un cinquantennio che va dagli anni ’30 agli anni ’80, ripercorrono una serie di stereotipi che al cinema hanno già avuto eco – come l’immancabile sessantotto italiano evidentemente ancora in corso – per poi perdersi in un niente di fatto quando il regista cerca di allargare il cerchio all’universale. Sogni, disillusioni, ideali fino ad una serie di immagini metaforiche che si rincorrono e ricorrono per tutto il film per quello che vuole essere un film familiare, cittadino, universale, ma soprattutto un’evidente summa personale. Per ricordarci che la storia si ripete, che l’uomo rincorre i propri errori. Che siano una dittatura, l’assenza di democrazia, una guerra, un pacchetto di sigarette. La memoria storica passa dai racconti degli anziani, dal cinema, poi dalla televisione di Mina e dei primi spot pubblicitari con le minigonne delle ragazze yeye. Celebrazione della propria poetica, autocitazioni, feticci ricorrenti messi in scena in una serie di canovacci e parate barocche. Santi inclusi.

L’idea che Giuseppe Tornatore ha del suo cinema passa attraverso la tradizione realista, il cinema classico americano, ma non disdegna momenti onirici che ricordano un certo cinema sudamericano post rivoluzione sessantottina. Roba malavogliana all’Arrabal. Il problema che il passaggio tra questi registri formali e visivi è assolutamente irregolare e l’ossessione per la cartolina hollywodiana da premio oscar soffoca velocemente tutte le buone idee. Perché la cura maniacale del lirismo di ogni aspetto fa perdere naturalezza e anima ad un prodotto che vista la natura autobiografica doveva puntare su quello. Invece sembra di assistere ad un’opera teatrale studiata in soli, gravi, ascensioni. Il tutto è così architettato e fittizio che la scena nella quale un bovino viene realmente colpito con un punteruolo nel cranio e lasciato morire mentre gli attori ne bevono il sangue risulta ancora più fastidiosa. Come se bastasse questo a far gridare al realismo, seppur doloroso. Tutto questo potrebbe essere riassunto semplicemente dicendo: Baarìa è un film di Tornatore, e non poteva essere altrimenti, come la sua idea di cinema, sempre uguale a se stessa. Come la vita a Bagheria.

Quando Peppino (l’ottimo Francesco Scianna) di ritorno da un periodo di lavoro in Francia passa attraverso la piazza del paese, i compaesani gli chiedono dove è diretto, proprio a sottolineare che nessuno si era reso conto della sua assenza, o meglio nessuno aveva voluto sovvertire l’ordine delle cose. Per farla breve: candidato all’oscar. Per l’idea che gli americani hanno dell’Italia, non tanto pizza mafia e mandolino quando si tratta di cinema. Ma biciclette, quelle di Vittorio De Sica e guarda caso anche di La vita è bella (1997), Nuovo Cinema Paradiso e Malena (2000); scene d’ozio in piazza e vita familiare tra casa, sellino e porfidi. Le locandine della distribuzione d’oltreoceano parlano chiaro e presumibilmente Medusa non sbaglierà tiro quando si tratterà di distribuire e posizionare il film negli USA. C’è l’amore per il cinema, l’interesse per la politica e la microstoria, il macchiettiamo dell’Italia esportabile in America. Insomma l’epopea di noi altri.

L’ampiezza di respiro del racconto prodotto ricorda quella di alcuni film dal impianto operistico come C’era una volta in America (Sergio Leone, 1984), ma soprattutto Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976) e La meglio gioventù (Marco Tullio Giordana, 2003). Bandiere rosse ovunque, la rivoluzione agraria, rivolte sociali. L’incontro sui colli tra le delegazioni di braccianti di paesi differenti e la corsa agli appezzamenti ricorda la corsa ai latifondi della frontiera americana, penso a Cuori Ribelli (Ron Howard, 1992). Nella terra dei limoni, però, il gusto finale non poteva che essere agrodolce, come la scena dell’assessore cieco nominato all’urbanistica. Ecco quelle che sembrano essere le parole d’ordine dei grandi affreschi cinematografici prodotti in Italia. Come se Pelizza da Volpedo avesse segnato più di chiunque altro il nostro immaginario. Ma questo clima epico da limoni e lupara si sgonfia a causa di un’epica tronfia studiata a tavolino. Persino le partiture di Ennio Morricone arrivano a nauseare, il che sembra quasi impossibile, soprattutto dopo la lezione de La sconosciuta (2006), in cui era stato commesso il medesimo errore. Eppure alla fine, ubriachi di sinfonie roboanti e immagini perfette e luminose, ci si inginocchia e si implora un solo minuto di cinema del silenzio. Perché Tornatore conoscerà a perfezione la Sicilia, ma dove sono i silenzi e la quiete delle due del pomeriggio, il rumore della sabbia sulle gradinate, il profumo della terra arsa?

Baarìa è un romanzo popolare picaresco, un amarcord nella terra dei limoni in cui la ciclicità dei ricordi disorienta lo spettatore, non il regista che ha la planimetria completa della sua cosmogonia. Al punto da citare e autocitarsi con enorme naturalezza: la scena con i fotogrammi delle pellicole cinematografiche, gli omaggi al cinema di Alberto Lattuada e Sordi, i ricordi dei bombardamenti e dei rifugi antiaerei da Malena (2000). Questi sono i momenti in cui davvero ci si può commuovere, perché si intende subito il gesto d’amore per il cinema e nel cinema di Tornatore, la devozione che il regista nutre per la sua terra. A fallire invece sono le scene madri e le immagini metaforiche. Le uova rotte, la presenza dei serpenti, l’orecchino, la mosca nella trottola con cui si chiude il film. Più che lirismo rasentiamo troppo facilmente il folklore, e caricando tali passaggi di un’importanza eccessiva perdiamo di vista la loro natura spirituale, portando a casa un nulla di fatto proprio quando si cerca di accordarli con la voce dell’universale. All’uscita della sala mi sono sentito come quelli che con l’arrivo degli americani facevano irruzione nelle sedi del fascio per portarsi via qualcosa, qualsiasi cosa. Ma oltre all’amarezza per il poco che ne rimaneva, dopo i tentativi più disperati, ho potuto anche io solo prendere la porta e tornarmene a casa.

5 Ottobre 2009
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