Recensioni

6.9

Che i due titolari del progetto – nato in quel tessuto brooklynese dove pare che tu non possa praticamente uscire di casa senza incrociare il passo con qualche musicista di fama internazionale – Mike Johnson e Eliot Krimsky sapessero costruire orchestrazioni pop di qualità, era noto fin dall’esordio del 2009, Idol Dolmen. Ad aumentare l’interesse per le loro scorrazzate in studio – dove i due eccellono nello sfruttarne tutte le potenzialità – si sono messi i fan DOC come Sharon Van Etten, che ha dichiarato come Krimsky sia uno dei suoi autori preferiti: “la sua mano sinistra è l’hip hop, la sua destra il jazz e i suoi testi sono beat“. La rockeuse coglie in pieno il melting pot musical-culturale in cui Krimsky e Johnson affondano le mani e che mettono in forma di canzoni con l’aiuto di ospiti di peso come Brian Betancourt (Hospitality), Joan Wasser (Joan As Police Woman), Nat Baldwin (Dirty Projectors) e Jane Hership (TEEN).

Lyfe è un caleidoscopio multicolore che non ha un vero centro, se non forse il falsetto Krimsky, che può anche essere considerato il maggior limite del sound della band (ma è questione di gusti). C’è la torch song (Triangle), quella natalizia (Home for the Holydays), la versione 2.0 del crooning (Walls), la cavalcata adrenalinica in sincope (Sound of Money), la big band jazz (Hearing The Sound). C’è anche qualche eccesso, come il trattamento vocale di Wait A Second e una certa prolissità che non giova del tutto all’insieme (nella versione digitale del disco ci sono anche due bonus track, di cui non si sentiva il bisogno).

Nel complesso, più un’insieme di canzoni, come capitava ai tempi di Frank Sinatra, che un vero album. La classe c’è, bisognerebbe forse affidarla a una produzione esterna per metterla definitivamente a fuoco.

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