Recensioni

7.2

Nuova svolta per la carriera dell'ex-Frames: archiviata la fortunata esperienza Swell Season (mentre la relazione con l'altra metà del duo era finita già prima dell'ultimo Strict Joy), e dopo aver vissuto un anno e mezzo a New York, Hansard giunge al debutto solista.

Se i testi, tra intimismo, riflessioni sulle difficoltà del vivere e su quelle dell'amore (nonché sulla vita nella Grande Mela), proseguono sulle linee consuete della poetica hansardiana aprendo alla speranza nominata in due titoli (High Hope e la The Song of Good Hope strategicamente collocata in chiusura), anche la musica presenta piccole innovazioni all'interno della continuità.

Quel modo di portare l'ispirazione della triade di muse dichiarate Dylan CohenVan Morrison verso fremiti Cat Stevens e alt folk (l'ombrosa apertura di You Will Become o la sunnominata High Hope, vagamente Akron / Family) e la capacità di nascondere la presenza di un gruppo ricco dietro arrangiamenti rarefatti e minimali erano tratti che il nostro aveva già sviluppato nel passaggio dall'esuberanza strumentale dei Frames ai toni più sommessi del duo: il cambiamento si era verificato lì, e in questo esordio solista possiamo semmai registrare una misurata escursione nell'elettronica (Talking With The Wolves) che non si discosta dai toni dell'album, sommessi anche quando il folk si apre a melodie più ariose e solari (Maybe Not Tonight, o la grinta di Love Don't Leave Me Waiting) rispetto al generale tono confessionale.

La conferma principale, però, più che dello stile è quella del talento, che fornisce al disco di un cantautore la materia prima: ossia canzoni intense e ispirate.

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