Recensioni

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Tom Middleton (anche noto come Cosmos, AMBA, The Modwheel, Kix, The Rebus Project, Schizophrenia, E621 e Spiritcatcher) e Mark Pritchard (che oggi i più attenti cultori delle uscite in casa Warp conoscono per la sua carriera solista, oltre che per i suoi tantissimi alias e progetti come Harmonic 313, Africa HiTech) hanno a loro modo fatto la storia della musica. E il merito è interamente ascrivibile al mastodontico disco 76:14 – l’amena cifretta indica la durata delle 10 tracce in scaletta, che per titolo hanno sempre e solo i numeri corrispondenti al proprio minutaggio – che nell’anno di grazia 1994, più di preciso l’1 di giugno, apre definitivamente le porte (dell’ascolto e del cosmo) all’ambient più futuribile.

E giusto per farsi un’idea di cos’è “ambient” in quegli anni di passaggio dalla fase storica del genere targata Brian Eno a quella successiva, che finirà per ibridarsi con la colonna sonora della Second Summer Of Love e le sue derivazioni successive, vanno qui citati gli Orb (che iniziano a sviluppare le loro intuizioni a partire dal 1988, cioè dall’anno in cui Martin “Youth” Glover, ex Killing Joke, e Alex Paterson, ex rodie dei Killing Joke nonché A&R dell’etichetta EG Records, registrano il brano Tripping On Sunshine per la compilation Eternity Project One), Aphex Twin (il cui Selected Ambient Works 85-92 esce più o meno contemporaneamente al primo capitolo della mitologica serie Artificial Intelligence, ma di fatto con le sue commistioni di kosmische kraut, reminiscenze minimalistiche e ritmi delle drum machines finirà per coniare il canone a venire) e infine i KLF (che con l’album Chill Out, del 1990, danno virtualmente il là alla tanto chiacchierata scena ambient house, britannica prima via The Orb, internazionale poi).

A questi ingredienti, la ricetta Global Communication ne aggiunge poi alcuni altri non meno importanti, assestando, ad esempio, il krautrock cosmic-oriented condiviso con Richard D. James / Aphex Twin, di cui non a caso Middleton è stato il più che probabile “gemello”. E parliamo di certo Klaus Schulze e certi Tangerine Dream (citati, in maniera obliqua, in 5:23, che assomiglia un sacco al pezzo incluso dalla storica band, nata nel 1967 per volontà di Edgar Froese, dal titolo Love on a Real Train, nella soundtrack del film Risky Business, interpretato nel lontano 1983 da un giovanissimo Tom Cruise), a cui si aggiunge la lezione di gente tipo Brian Eno, riletta alle luce di quella supernova che ha illuminato l’estate del 1988 e le seguenti serate The Land of Oz, all’interno del club londinese Heaven con dj come Alex Paterson e Jimmy Cauty (e qui ritorniamo a menzionare Orb e KLF).

Nel 1993 i due tipi hanno già dato alle stampe il manifesto programmatico della loro arte dilatata e visionaria. Titolo: Pentamerous Metamorphosis. Spunto di partenza: un precedente remix dell’album Blood Music, 1993, dei britannici Chapterhouse, che oggi si annoverano fra i nomi di culto di quel (non-)genere chiamato shoegaze. Ma questo è solo l’inizio. Il meglio viene con 76:14, che sin da subito si pone come caposaldo di quel filone ambient della musica chicago-detroitiana che poi farà scuola. La traccia 14:31, in particolare, era già uscita nel 1993, nell’EP The Cyberdon EP a nome Mystic Institute (ovverosia Paul Kent assieme allo stesso Mark Pritchard), ed è già a partire dalle note di questa uscita breve – in origine intitolata Ob-Selon Mi-Nos (Re-Painted by Global Communication) – che capiamo l’evoluzione che nell’arco di un biennio avrebbe portato il duo britannico a muoversi stilisticamente dai lidi del progetto Reload (vedi anche alla voce: A Collection Of Short Stories, disco del 1993, in cui predomina una vena ancora marcatamente industrial) a quelli di 76:14.

Il pezzo non a caso ha un sapore che più aphextwinsiano di così si muore; il sodalizio tra Middleton e Richard D. James, curiosamente nati nello stesso giorno, ha fornito le basi per l’avveniristico sound dei Global Communication. Che avveniristico lo è per molti motivi: riesce a mettere in campo una produzione che è impegnata sì nella dilatazione dei suoni, ma che al contempo non vuole rinunciare allo spunto melodico. Spunto melodico che infatti domina, sotto forma di leitmotiv, proprio nella succitata 14:31, che nei suoi quasi 15 minuti di durata esplora quegli abissi sinfonico-epici di recente visitati da act quali i DARKSIDE di Nicolas Jaar (per non parlare poi dei vari Gas, Vladislav Delay, Chartier), che del modus operandi di Tom & Mark hanno fatto tesoro, con un surplus di cupezza e mistero, specie all’altezza del loro Psychic, album del 2013.

Ma torniamo alle 10 mini-sinfonie inanellate da 76:14, a iniziare da 4:02, che stabilisce il tono di tutta l’opera, con i suoi saliscendi elettronici cullanti e sognanti che non sono krautrock, non sono new age, non sono psichedelia tout court, ma sono tutte queste cose messe assieme, legate dal collante di un sinfonismo maestoso che lambisce qui i toni del poema sinfonico straussiano. Altra traccia, e altro giro di danza: la già citata 14:31, che è uno dei grandi classici di quel genere-che-non-si-capisce-mica-cos’è chiamato Intelligent Dance Music. Il pezzo si sviluppa melodicamente e ritmicamente sul battito d’un pendolo/metronomo, ricreando l’effetto ipnotico del dub pur non essendo dub. Capolavoro. Poi tocca a 7:39, che brucia di un breakbeat febbrile e infuocato sul quale, poco alla volta, si affolla una selva di piccoli suoni strambi, di rumori non meglio identificati, e uno strato, anche stavolta sinfonico, di elettronica ambient dal respiro pastorale. L’inserto, a un paio di minuti dall’inizio, di frasi melodiche in loop richiama invece l’estetica dell’elettronica analogica anni Settanta, quando le impalcature synth-etiche dei pionieri tedeschi cominciavano ad essere inglobate nella forma canzone più canonicamente rock, dando il là a quello che ad inizio anni Ottanta avrebbe preso il nome di Techno Rock.

Le pulsazioni chill out che si respirano nel disco sono le stesse sprigionate dai KLF e la prassi del campionamento è la stessa degli Orb, e infatti, proprio come il gruppo capitanato da Alex Paterson, anche i GC ambiscono ad una forma di dance che non sia dance, a una forma di avanguardia che non sappia di avanguardia, a un sinfonismo colto che non si presenti come tale, ovverosia aspirano a una forma di musica totale che parta da premesse date (l’ambient, la techno, il krautrock, le techniche di dj-ing post-moderne) e arrivi in un luogo, sonoro e stilistico, letteralmente fuori dalle coordinate spazio-temporali. E in effetti, è proprio questa la sensazione che si prova (ri-)ascoltando 76:14, ristampato nel 2020 dalla Evolution in 3 CD, che includono anche i dischi Pentamerous Metamorphosis e Curated Singles And Remixes. Il Guardian ha inserito 76:14 nella lista dei 1.000 Albums to Hear Before You Die. E sebbene queste classifiche di dischi da isola deserta lascino sempre il tempo che trovano, stavolta è davvero così.

76:14 merita un posto speciale nella vostra discoteca; un posto assoluto, che trascende le coordinate ambient/dance dei Nineties e ci scaraventa in un prodigioso viaggio del tipo Back To The Future.

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