• Gen
    01
    2003

Album

Jetset

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L’impasto
è fragrante, ma tutto sommato tradizionale: una bella infarinatura di folk,
un po’ di sale country rock, vivace lievito post-wave e un pizzico – appena
un’idea – di aroma psych. Niente di clamoroso, no? A maggior ragione mi sorprende
la facilità con cui Bright Yellow Bright Orange mi si è aggrappato
ai pensieri, e ancor più l’imperituro accompagnarmi attraverso questi giorni
di molte bestemmie masticate in silenzio, tra cupi timori globali e la consueta
maledetta routine. Che dire, sarà la voglia di qualcosa o qualcuno che mi
conforti palpeggiandomi il cuore, quindi ben vengano le carezze & lusinghe
di questi due longevi australiani.

Due anni e qualcosina sono trascorsi dacché Robert Forster e Grant McLennan
hanno rimesso in moto la ragione sociale Go-Betweens sfornando l’ispirato
The Friends Of Rachel Worth, in cui ostentavano vis umbratile,
freschezza da ragazzini e consumata sapienza compositiva. In sostanza gli
stessi ingredienti che, puntellandone il tenero afflato pop, conferiscono
alle dieci nuove tracce la struttura nitida e vibrante delle cose preziose.

Vedi In Her Diary, che adagia uno scheletro folk nell’oppiacea bambagia
del farfisa, o quella Poison In The Wall febbricitante come degli Smiths
in missione californiana, le chitarre appena sotto il pelo del jingle jangle,
una slide fugace e il romanticismo marmorino del piano. C’è poi il piglio
versatile e ipercinetico ravvisabile in Old Mexico (accorata disidratazione
XTC) o nell’iniziale Caroline And I (che si incendia su un riffettino
stile La Bamba salvo poi declinare su languide traiettorie wave), a
contrappuntare l’inquieto allungarsi di certe abbacinanti penombre emozionali
(la vivisezione affettiva a cuore aperto di Mrs. Morgan, l’amarezza
sputata nella polvere di Something For Myself – come uno Steve Wynn
crepuscolare – oppure il country-pop disarmato e disarmante di Crooked
Lines
).    

Così,
tra una Make Her Day che rimanda ai R.E.M. di quando ancora
spolpavano l’asprigno frutto Velvet Underground e una Too Much Of
One Thing
che fa incontrare folk dylaniano e acidule angolosità Paisley,
si arriva alla breve Unfinished Business col cuore – come è possibile?
– per nulla sazio anzi bisognoso dell’ultimo sbuffo di tenerezza, ed è un
bell’inseguire quello sgocciolare di piano, il brontolio filamentoso del contrabbasso,
quelle spume di steel guitar, la voce che abbottona un tiepido sconforto,
appende l’ultima mestizia e – tenera, impagabile, bastarda – se ne va. Lasciandomi
col dito sul repeat.

Rimangono
da segnalare quattro extra tracks che non avrebbero certo sfigurato nel programma
ufficiale (ma il vezzo delle dieci-tracce-dieci ha avuto di nuovo la meglio)
ben intonate come sono al suddetto melange sonico, spiccando per cupo bagliore
il sinistro figlioccio Violent Femmes di Woman Across the Way
– su cui germogliano archi in vena d’esotico e tremuli goticismi di chitarra
– e il disincanto palpitante di The Locust Girl, di quelli che ci si
aspetterebbe dalla vena migliore dei Belle And Sebastian.  

Più che consigliarvelo questo disco ve lo auguro, sperando che vi sia altrettanto
amico.

1 Gennaio 2003
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