• Mag
    01
    2005

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Tuition

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Sono le recensioni più difficili da scrivere, queste. Perché basterebbero due righe, anzi cinque parole: i soliti impagabili, appaganti Go-Betweens. Tanto vale però sfruttare questa convergenza di spazio, tempo e pazienza (la vostra) per riflettere sulla tenacia di questo incanto, su come e perché questo rituale di dieci-canzoni-dieci riesca a cavarsela giocando civettuolo sul limite tra rito artigianale e ineffabile sonico. Oceans Apart è l’ennesima tappa di quel processo che conduce la mediocrità aurea dei due australiani verso l’olimpo dei songwriter: per quella capacità di tener vivo il brio e il mistero, l’entusiasmo e la scrupolosità, l’intemperanza e il puntiglio. E’ pop colto e straccione, sobrio e scellerato, fiorito su una composta di rottami new wave e psych, folk e glam, RnB e Tin Pan Alley. E’ un miracolo di equilibrio che si rinnova ogni volta, un po’ come si sciolgono con sbalorditiva puntualità certe reliquie di (presunto) sangue. Non stupisce più la sostanza dell’evento, ma sbalordisce la prospettiva che delinea. Ogni istante, ogni nota, ogni timbro, ogni inflessione melodica testimoniano un progetto che si sa schiavo di una passione senza fine, di voglia d’appagarla e di quel po’ di talento necessario affinché questo accada.

Ecco la scandalosa rivelazione di Robert Forster e Grant McLennan: la musica è qualcosa che avviene, e lo fa a livello del suolo. Con metodo, con l’intensa umiltà di chi mette in gioco tutto se stesso e nient’altro. Gli obiettivi, la loro ubicazione & dimensione (utopie, rivelazioni, rivoluzioni, giudizi, anamnesi…), non sono il metro di giudizio, o almeno non il più importante. Non quanto la gittata, la traiettoria e di quanto la freccia si avvicini al centro del bersaglio, per quanto trascurabile o banale esso sia. Con la loro “regola” dei dieci brani per scaletta, i Go-Betweens sembrano comunicare “quantitativamente” il loro livello professionale ed artistico: né meno né più che questo rientra nelle loro possibilità, questo fanno e lo fanno bene. Perché Finding You, ad esempio, è la ballata che potrebbe scrivere un Robyn Hitchcock accaldato e sognante, perché Statue è un folk-wave intriso di esotismo come i New Order più lievi ipnotizzati da un calypso, perché Darlinghurst nights è quel meccanismo implacabile che divarica spazi ed accumula sostanze (chitarre, tastiere, archi, ottoni…) intrecciando un tripudio festoso e ghignante. Perché Mountains near delray è quella ballata ondeggiante e cisposa simile a certe inestimabili interlocuzioni Rem come dai Rem, ahimé, non ci si attende più.

C’è insomma che questi due ex ragazzi non conoscono – per costituzione, per istinto, per attitudine – il linguaggio delle classifiche né i codici delle pietre miliari, ma conoscono le strade che portano al cuore (anzi che si immischiano nel cuore, come la ragione sociale insinua) di chi dall’ascolto pretende la sua piccola, meritata razione di trasporto. Forse è molto, forse poco, ma così è. Se vi pare.

1 Maggio 2005
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