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7.0

A due anni dal voto Brexit, usciva un piccolo disco di una piccola band di South London (piccola in tutti i sensi, anche anagraficamente). Le quattro appena ventenni Goat Girl prendevano il nome dall’alter-ego del comico Bill Hicks, Goat Boy. Lottie Cream, Rosy Bones, L.E.D. e Naima Jelly (che avrebbe poi abbandonato la formazione, sostituita dalla nuova bassista Holly Hole), sembravano un condensato di cose diversissime, fuse in una suggestione inafferrabile: un po’ punk, un pò riot, un po’ country, un po’ Pixies – meno scanzonate e decisamente più gotiche – e un po’ Elastica, ma ancora più cattive. Il loro esordio era stato bene accolto pressoché ovunque (anche da queste parti): diciannove brani, di cui cinque intermezzi strumentali, dallo stile disadorno, rigoroso e aspro, capaci di scatenare fascinazioni blues, alt-rock, psichedeliche e post-punk. Il debut-album Goat Girl si presentava come una lucente promessa, destinata ad alimentare aspettative altissime. Durante e dopo il lungo tour, che le ha portate anche negli U.S.A. e in Giappone, le quattro hanno lavorato al nuovo disco. Sono state più o meno fortunate: lo hanno scritto, registrato e mixato un attimo prima della pandemia. Poi si è fermato tutto, come per tutti. Fino ad oggi.

On All Fours si apre, profeticamente, con una traccia il cui titolo è Pest. Nessuna corrispondenza con le sorti del mondo: è stata scritta in tempi non sospetti, eppure parla di Occidente, individualismo e isolamento. Un’apertura nettamente politica, così com’era stato nel primo disco, dove subito dopo l’interludio strumentale, esplodeva una micidiale messa al rogo delle destre (Burn the Stake). La politica, intesa come impegno e sensibilità civile, sembra essere scritta nel DNA delle quattro musiciste, e ritorna qui in una narrazione nettamente transgenerazionale e collettivista, che dal singolare vira sempre più all’universale. Tutti i testi, infatti, anche quelli più intimisti (Anxiety Feels è un brano autobiografico che parla di attacchi di panico e farmaci ansiolitici, mentre They Bite On You offre un bello spaccato di fobia sociale), sono il frutto di un assemblaggio di elementi personalistici in grado di ricomporsi in un racconto sorprendentemente corale ed empatico.

Il mondo è un vampiro, cantava qualcuno, e qui viene raffigurato in tutte le sue più orrende fattezze post-moderne: milioni di individui assuefatti ai social e drogati di consumo che a stento si accorgono che il pianeta che li ospita sta andando letteralmente in frantumi. Quanti di noi si riconosceranno? Eppure non v’è denuncia o biasimo, ma una confortante, sottile disperazione. Ecco individuata la prima e più significativa non-aderenza rispetto agli esordi: On All Fours non ha l’urgenza virulenta, l’aggressività ipnotica e il grottesco brutalismo con cui le Goat Girl hanno fatto la loro irruzione sulla scena; è un disco più sommesso, riflessivo e raccolto, per certi versi più dolce, che anche nello stile sceglie di abbracciare territori più morbidi, strizzando l’occhio alla melodia, al dream-pop e ai synth analogici, in un caleidoscopio ancora più variegato di influenze.

I singoli pubblicati sino ad oggi, Sad Cowboy, The Crack e Badibaba, confermano la scelta di un percorso più accessibile, ma non per questo meno valido e significante, che denota una crescita indubbia, pur senza rinunciare alle coordinate primarie. Tra gli episodi più interessanti del disco, oltre alla già citata Pest, il divertissement strumentale Jazz (In The Supermarket) e Where Do We Go? dove sembra di sentire da lontano la lezione della migliore Fiona Apple. Ancora una volta, le Goat Girl ci spiazzano, stavolta senza fare troppo male, ma lasciando comunque il segno.

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