Libri
Il Saggiatore

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Il fonografo di Edison, il grammofono, il primo sistema di registrazione elettrica della Western Electric, il magnetofono e il nastro magnetico, le registrazioni “multitraccia” di Les Paul, il vinile, la nascita dell’alta fedeltà come fenomeno sociale, il suono stereofonico, l’evolversi delle tecniche di registrazione in studio, il CD, l’MP3, la loudness war: Alla ricerca del suono perfetto di Greg Milner è una miniera ricchissima di informazioni – molte volte tecniche, altre volte di natura storico-sociologica – per chi volesse farsi raccontare l’avvincente storia del suono registrato. Una storia che non è mai stata banale né nel suo svolgersi, né per i quesiti tutt’altro che scontati che ha posto. Ad esempio, il miglioramento tecnologico delle tecniche di ripresa in studio ha privilegiato la qualità del suono registrato o invece ha dato la precedenza ad altri fattori? Il digitale è meglio dell’analogico? Il lancio di un nuovo formato di ascolto ha più a che fare con questioni economiche o con il miglioramento dell’esperienza sonora? Come è cambiato nel tempo l’approccio dei musicisti in sala di ripresa?

Tutte domande a cui il libro cerca di rispondere con dovizia di particolari e testimonianze dirette (impagabile quella di Steve Albini a proposito dell’avvento del CD). Quel che è chiaro, tuttavia, nell’excursus che fa Milner (che parte da fine Ottocento e arriva fino ai giorni nostri), è che «la storia del suono registrato» è stata soprattutto caratterizzata da approcci filosofici (e pratici) diversi legati al momento dell’incisione: dall’ossessione di mantenere quest’ultima come una testimonianza più realistica possibile dell’esibizione del vivo (col fine di portare un’orchestra nel salotto di casa) fino alla necessità di trasformare la musica registrata in un vettore comunicativo iper-prodotto in studio che con il momento dell’esecuzione live non ha quasi più nulla a che vedere. Un cambio di prospettiva che è coinciso con un mutamento nei gusti e nella preparazione degli stessi ascoltatori, oltre che con un progresso tecnico che ha favorito sempre più la versatilità e la portabilità della musica, almeno quanto la sua “programmazione” a monte e la voglia di sperimentare dei musicisti.

Al di là delle questioni “etiche” legate al processo di registrazione, il libro di Milner rimane comunque un approfondito saggio che fa comprendere come certe parabole storiche siano da giudicare sulla distanza, e non soltanto con i piedi nel presente. Attualmente viviamo in una realtà in cui la semplificazione e le “comodità acquisite”, anche in campo musicale, riducono il momento dell’ascolto a un’attività collaterale a cui non destinare troppa attenzione e che apparentemente non richiede alcuno sforzo: conoscere la storia del suono registrato potrebbe contribuire a restituire dignità a una pratica antica ma attualissima che non è mai stata solo “sentire”, ma anche “ascoltare”.

5 Settembre 2017
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