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Non è un caso: i migliori teen movie degli ultimi vent’anni sono stati diretti – e spesso anche scritti – da una donna. I numeri contano, eccome se contano. Clueless (Amy Hackerling, 1995), Il giardino delle vergini suicide (Sofia Coppola, 1999), Thirteen (Catherine Hardwicke, 2003), Fish Tank (Andrea Arnold, 2009) e 17 anni (e come uscirne vivi) (Kelly Fremon Craig, 2016) sono solo alcuni esempi. Lady Bird, opera prima di Greta Gerwig, ha appena guadagnato un posto d’onore fra questi, arrivando in punta di piedi come molti dei suoi predecessori ma meritandosi inaspettatamente la vivida attenzione da parte dei media, degli addetti ai lavori, delle associazioni che ad ogni stagione attribuiscono premi e importanti riconoscimenti. A cambiare, in queste pellicole, è la prospettiva, un concetto tanto banale quanto critico quando si parla di “punto di vista femminile” e problematiche di genere; perché, se una volta la ragazza (non ancora intesa come lead-role) era soltanto un oggetto da guardare, insomma il termine dell’azione maschile, nelle pellicole sopra citate le registe sono state in grado di ribaltare ciò che nell’industria hollywoodiana era legge di mercato e un normale assorbimento della cultura vigente. In che modo? Trasformando l’oggetto in soggetto protagonista che guarda con i propri occhi. Ricordate quando Samantha di Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare voleva a tutti i costi essere guardata da Jake Ryan per sentirsi socialmente realizzata? Dimenticate quell’immagine.

Fra i generi più tradizionali e distintivi del cinema indipendente americano, il teen movie è quello che ha subito con maggiore evidenza le mutazioni del tempo, dunque della politica, della società e della cultura, cambiando forma a seconda degli anni e delle esigenze del pubblico; tuttavia è ancora più evidente una certa migrazione delle tematiche adolescenziali verso produzioni indipendenti, a basso budget, caratterizzate da una visione autoriale piuttosto marcata (vedi i casi della Coppola e della Arnold). E allora in questo ampio quadro al femminile, dove si colloca Lady Bird e che rilevanza può avere oggi il lavoro di Greta Gerwig di fronte a un passato di gloria e straordinari traguardi? Proviamo a rispondere, e a capire perché, in mezzo a tante altre storie di coming of age, questa verrà difficilmente dimenticata.

«Questa è una storia d’amore fra un’adolescente e sua madre. Un rapporto complesso, amorevole e ricco di sfumature. È un film che parla di come il raggiungimento della maggiore età di una persona coincida con il lasciare andare una persona e come quel momento sia così difficile con la fine dell’infanzia». Greta Gerwig non poteva descrivere meglio il film che segna il suo debutto come regista dopo essersi cimentata nella stesura di due sceneggiature originali insieme a Noah Baumbach (Frances Ha nel 2012 e Mistress America nel 2015). Curioso come in fondo Lady Bird chiuda perfettamente un’ ideale (o immaginaria) trilogia, composta da tre pellicole che in comune hanno la ricerca dell’identità, il senso di oppressione sociale, la fuga e il ritorno verso casa, e un forte carattere realistico, seppur immerso in uno stato di apparente fantasia. E ovviamente una protagonista femminile brillante, non sempre simpatica, ma a cui vogliamo bene perché forse ne condividiamo ansie, paure e insicurezze. Da Sacramento – la città dove è nata è cresciuta la Gerwig – a New York, dove si è trasferita per gli studi e dove vive tutt’ora. È il viaggio che ci fa diventare adulti, lo spostamento fisico e mentale che la regista e attrice ha sperimentato prima sulla sua pelle e che ha trasferito poi sulle pagine delle storie che desidera raccontare. Autobiografiche sì, ma nemmeno troppo; piuttosto diremmo che sono fluide proiezioni dell’autore su personaggi e luoghi di finzione che rispecchiano la realtà e i desideri nascosti di chi scrive. Per questo la Christine “Lady Bird” McPherson non è che un alter ego, un’eroina romantica attraverso cui proiettare tutte le qualità (e i difetti, le increspature) di un essere umano.

Ma questa, come ci tiene a ribadire Greta in ogni intervista, è soprattutto una love story tra madre e figlia. Il succo del film è qui, non ci sarebbe bisogno di ulteriori voli pindarici e inutili commenti a riguardo, e Lady Bird riesce perfettamente a metterla in scena, con tutti gli alti e bassi del caso e l’alternanza di ritmo che caratterizza gli sbalzi d’umore e i battiti cardiaci. Eppure definirla solamente una love story non è abbastanza. Perché Greta Gerwig ha compiuto un enorme atto di ribellione rispetto al passato: la storia del teen movie, da John Hughes ad oggi, è piena di episodi in cui la svolta narrativa passa per l’innamoramento di una ragazza per un ragazzo, come se non esistesse altro modo di realizzarsi. E all’epoca di Hughes questo andava bene, era un fatto socialmente accettato. Il problema è che i tempi non sono più gli stessi, le giovani donne hanno acquisito più indipendenza, sempre più film vengono realizzati con una protagonista femminile ed è arrivato il momento di abbandonare l’idea che il romance sia l’unico modo in cui si possa mostrarle o l’unica cosa da dire. C’è un mondo oltre lo spettro del visibile, ci sono le madri e il loro complicato rapporto con le figlie, ci sono le amiche e le nemiche, e il compito dei nuovi filmmaker sta nel restituirgli il valore e l’attenzione che richiedono e meritano. Lady Bird, da questo punto di vista, è rivoluzionario. Va a finire che la rivoluzione si è pure rivelata un ottimo investimento per l’industria. Chi l’avrebbe mai detto che nel 2017 tre film guidati da una protagonista femminile e da storie squisitamente fresche per sguardo e intenzioni fossero in cima alla classifica degli incassi? La Bella e La Bestia, Wonder Woman e Star Wars: Gli Ultimi Jedi rientrano tra i primi dieci; inoltre, è giusto menzionare anche la commedia Girls Trip. Qualcosa ad Hollywood si sta muovendo, inutile negarlo, e il clima fomentato dall’iniziativa Time’s Up sembra aver favorito un certo riequilibrio del potere.

Politica e movimenti reazionari non devono interessarci in data sede, perciò è alle immagini che vogliamo tornare, a questo distillato di cinema sincero come non se ne vede più, che esordisce sullo schermo con una didascalia davvero eloquente (una citazione di Joan Didion, giornalista, scrittrice e saggista originaria di Sacramento) e che si apre allo spettatore con il profilo di due donne, madre e figlia, addormentate su un letto con le facce rivolte. Il look, studiato dalla Gerwig insieme al direttore della fotografia Sam Levy, è quello delle vecchie diapositive «perché il film doveva sembrare un ricordo», hanno spiegato i due, e di fatto anche le musiche di Jon Brion (e i costumi, le canzoni alla radio) suggeriscono la sospensione del tempo reale e ci immergono nei ricordi dei personaggi. Questi ultimi poi meriterebbero un capitolo a parte: il padre della giovane protagonista, interpretato da Tracy Letts, incarna una figura chiave nell’universo teen americano e riprende per certi versi il ruolo di Harry Dean Stanton in Bella in rosa quasi pedissequamente; entrambi, infatti, osservano silenziosi da una prospettiva laterale, e combattendo la depressione ce la mettono tutta per rendere felici le proprie figlie. Ma oltre ai richiami alla tradizione di genere, Lady Bird effettua un’inversione di tendenza grazie al personaggio di Marion, la madre magnificamente ritratta da Laurie Metcalf (giustamente candidata all’Oscar): se la memoria non ci inganna, è raro scovare nel cinema questo tipo di ruolo/archetipo così approfondito, curato e calibrato come accade nel film. Infine, arriviamo a Christine, “Lady Bird” per auto-nomina (una specie di estensione dell’alter ego della Gerwig interna alla narrazione cui Saoirse Ronan dona un incredibile e tangibile fascino), la nostra eroina macchiata e impaurita ma caparbia, determinata e intelligente sopra la media. Perfino il suo modo di parlare e di muoversi la pone dalla parte opposta delle persone normali (d’altronde «She’s from the wrong side of the tracks»), lei non cammina ma marcia: non sa chi è, chi vuole essere e dove sta andando, eppure prosegue dritta per la sua strada.

C’è un film dentro il film, in Lady Bird, quello che vede lo spettatore e quello che viene proiettato nella testa della protagonista. Un semplice ma efficace gioco di aspettative per lo più disattese che fanno scontrare la realtà, cruda e sincera, con il sogno; quando Christine aspetta che Kyle (Timothée Chalamet) venga a prenderla la sera del ballo di fine anno, l’abito rosa non soltanto rimanda visivamente ai colori di Molly Ringwald in Bella in rosa e ad un certo immaginario tipicamente femminile, ma innesca un’idealizzazione romantica del momento che sta vivendo. Al contrario di Andy, o di Samantha di Sixteen Candles, Lady Bird non avrà quell’epilogo, il film non finirà con la ragazza che trova il ragazzo giusto, non ci sarà un Jake Ryan o un Blane. La fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta passeranno attraverso un’esperienza diversa, forse più realistica, ma non per questo meno affascinante: il sentimento inaspettato che deriva dalla separazione da tutto ciò che si dava per scontato: casa, famiglia, affetti, l’amore incondizionato di una madre, l’aiuto di un padre,  la bellezza di un paesaggio mai notato dal finestrino dell’auto.

Le due scene che guidano il film alla sua conclusione sono struggenti. Fa strano utilizzare questo termine così tragico per un’opera che ha la straordinaria capacità di divertire a più riprese (nel tipico stile dell’autrice), tuttavia trattenere le lacrime mentre all’immagine di Christine si sovrappone quella di Marion vi sembrerà un’impresa impossibile. Il cerchio si chiude e Lady Bird vola via dal nido «dolce come una caramella per la mia anima».

28 Febbraio 2018
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