• Set
    17
    2013

Album

Atlantic Records

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Nell’era internet-centrica della long-tail globalizzata le major continuano a sopravvivere e lo fanno passando dai vecchi canali, purtroppo ancora forti di quell’ascolto passivo intrinseco della maggioranza della popolazione. Infatti, tra passaggi radio e jingle pubblicitari è ancora il dio denaro a dettare legge e il successo a volte è la mera conseguenza di attività di marketing mirate. Lo sanno bene i Grouplove, giovani pupilli dell’Atlantic Records prima inseriti nelle soundtrack dei milionari videogame targati EA Sports (Colours) e poi lanciati, grazie allo spot dell’iPod Touch, nelle stazioni fm di larga scala (Tongue Tied).

Tongue Tied aveva probabilmente le carte in regola per funzionare anche senza il supporto promozionale, ma se siamo qui a parlare dei Grouplove come uno dei probabili gruppi bestseller della prossima stagione è perché i californiani capitanati da Christian Zucconi (sempre più figlio dell’immaginario 90s alternative) e Hannah Hooper (pittrice, tra le altre cose) possono contare su investimenti di un certo tipo.

Esponenti dell’ala meno folkish dell’invasione happypop/fake-indie dello scorso biennio in compagnia di Walk The Moon e Youngblood Hawke, i Grouplove danno seguito al mediocre debutto Never Trust a Happy Song (un titolo che era tutto un programma) confezionando e plastificando il tredici tracce Spreading Rumours, lanciato adeguatamente da un singolo – Ways to Go – con un appeal radiofonico quasi comparabile a quello di Tongue Tied e la Hooper che insegue i Barenaked Ladies di One Week.

L’effervescente power-pop a due voci dei cinque di Los Angeles oscilla continuamente tra il “banale, ma almeno è orecchiabile” e il “ma fanno sul serio?”. In questa seconda categoria finiscono senza se e senza ma episodi quali il passaggio in quasi-solitaria di Hannah Hooper in Didn’t Have To Go, il pasticcio indietronico in cassa dritta Shark Attack – osceno quanto l’omonima saga di film – e tutta una serie di tinte teen spesso anonime (Sit Still). Gli anni ’90 sono invece protagonisti nell’attacco rock-funk e nella strofa (la melodia di All Apologies è dietro l’angolo) di Borderlines And Aliens, in What I Know e in quella Raspberry che suona come un “hey, proviamo a fare una canzone alla Pixies?”

Se i toni tra folk e country di Save The Party For Me non sorprendono, riescono invece nell’impresa la semiacustica Hippy Hill – atmosfera californiana e bel cambio di verve a metà brano – e I’m With You: un minuto di solo pianoforte, un altro minuto di cavalcata avvolgente e poi virata disco-funk – a quanto pare un must di questo 2013 – decisamente penalizzata dall’eccesso di ah-ah-ah e oh-oh-oh.

Una produzione in grande spolvero e una tecnica sopra alla media per il genere (miracoli da studio a parte, strumentalmente sono senza dubbio precisi) che applaudiremmo maggiormente se venisse abbandonata la smodata esuberanza jump-inducing da high school party estivo e se i Nostri iniziassero a capire che l’autoironia di chi non si prende troppo sul serio non giustifica certe produzioni.

13 Settembre 2013
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