• set
    29
    2014

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Kompakt

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Dopo aver passato un po’ di tempo a sfornare singoli per la sub-label K2 della Kompakt (raccolti nell’antologico The K2 Chapter dello scorso anno) e a seguire il duo Elekfantz per la sua label D.O.C., Gui Boratto si rimette in pista e sforna un quarto disco al di sopra delle aspettative. Se è vero che Kompakt sta diventando sempre più un classico della tech-house che molte volte guarda un po’ troppo al downsizing pop, è vero anche che ogni tanto la label di Cologna ci prende. E come lo scorso anno aveva centrato il giusto limite fra bassi caldi e minimalismo con 1977 di Kölsch, anche qui raggiunge una tensione che convince. Certo non siamo ai livelli di Chromophobia (in top 100 sui migliori album del decennio ’00-’10, secondo Resident Advisor), e non potremmo chiedere un’affiliazione così pesante al minimalismo, dato che oggi non va più come nel 2007, ma anche con questo Abaporu Boratto c’è e ci fa sentire di aver raggiunto un’importante maturità.

L’artista, nelle note di stampa, dice di essersi ispirato ai quadri della pittrice modernista brasiliana Tarsila Do Amaral e alle teorie estetiche (il cosiddetto Manifesto Antropógafo, ovvero cannibale) del marito e poeta Oswald De Andrade. Un modernismo che dovrebbe riflettersi anche nel sound del disco, e quindi usare il passato per rinvigorire il presente attraverso un ripensamento creativo. E non potrebbe che essere così, ormai: ingabbiati in una palette di suoni (in questo caso, quelli caldi della Kompakt), di trucchi compositivi e di altre caselle dove scrivere le note, gli artisti house non possono che essere modernisti. Per ovviare ai vituperati schematismi, per cercare di rivisitare creativamente, Boratto usa il suo stile finissimo, tagliando i suoni con l’accetta della produzione, puntando su bassi ovattati e sensazioni positive (altro che paura dei colori), su un feeling in certi casi balearico, in certi casi pop (vedi la coda di canzoni cantate che non finiranno nel vinile).

Per non soccombere ad una facile mutazione pop, Boratto punta tutto sulla qualità del suono e, con pochi ingredienti (l’eterno ritorno minimal mittel), approda a un album completo, mai troppo tagliente, nè troppo esagerato. Una di quelle cose che potrebbero piacere sia al banger da pre-pogo che all’over 40 con il cocktail in mano a bordo pista. Una via di mezzo fra Booka Shade (Take Control), Röyksopp (Indigo) e GusGus (Joker, Get the Party Started), il tutto condito da un savoir faire sudamericano che scalda (Please Don’t Take Me Home). Bravo, Gui.

18 settembre 2014
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