• gen
    01
    2012

Album

Fire Records

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Quasi otto anni senza sentire le voci. Poi, lo scorso anno, l'annuncio di questa clamorosa reunion che vede i membri storici dei GBV di nuovo in sinergia dai tempi dell'ottimo Under The Bushes, Under The Stars, correva l'anno 1996. Quindi nuovo album – il sedicesimo – e relativo tour: piatto ricco. Cui però ha fatto seguito la notizia di nuovi screzi e conseguente rottura. Presto però smentita. Ah, beh, ok: il microcosmo di Pollard e compagni è di quelli turbolenti. Poco ragionevoli. Disarticolati. E: lo sapevamo. E, diciamolo: a noi piace così. Ci piace questo gusto dominante di precarietà entusiasta, un'ebbrezza rock che cavalca la spuma sempre sul punto di perdere l'equilibrio. E infatti spesso lo perde, scivola, sobbalza, capitombola. Ma subito risale in sella. Malfermo ma estroso. Il cuore sempre un centimetro oltre l'ostacolo. A scambiare elettroni col lato magico dell'energia rock, materia oscura, indocile, antigraziosa, eppure toccante. Propulsiva.

A quei dischi clamorosi dei Novanta si guarda insomma per allestire l'ìimpalcatura di questo Let’s Go Eat The Factory, solita scaletta fluviale, ventuno tracce al più brevi o brevissime, misticanza d'idee spesso clamorose ma lasciate allo stato di intuizioni scabre, provocando all'ascolto un senso di spreco irritante e godereccio assieme. Vedi l'art-wave solenne di Hang Mr. Kite, la ballad in punta di trepidazione Big Star via Yo La Tengo di Who Invented the Sun o la scheggia acida di The Head. Certo, non puoi fare a meno di sospettare che sul loro cliché espressivo un po' ci stiano marciando (non è in fondo la ragione alla base di ogni reunion?), ma a pelle lo diresti un manufatto sincero e persino urgente. Con alcuni episodi di pregevole livello, come la psych-wave incalzante di Waves (impeto Wire in fregola Go-Betweens), il crogiolo noise-glam di Spiderfighter (con struggente coda piano-voce dal palpabile effort Chilton), le vampe sgrammaticate di Either Nelson (i Pretty Things strattonati Soft Boys), il formidabile intruglio power pop/neo psych di The Unsinkable Fats Domino (un George Harrison in overdose di benzedrina), l'ammaliante lo-fi di We Won't Apologize for the Human Race (enfasi teatrale The Who e decadente baldanza Badfinger) e – last but not least – qualcosa di irriducibilmente remmiano nella dolciastra malinconia di Chocolate Boy.

Frutto proteiforme di enciclopedica passione, il gusto aspro delle scorribande trafelate come conseguenza di una prolificità disarmante. Di Bob Pollard, certo, ma anche il buon Tobin Sprout stavolta ha contribuito non poco. Ragion per cui, tirate le somme, visti i risultati, siano benedette le reunion. E durature.

7 gennaio 2012
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