• Feb
    28
    2020

Album

Atelier Sonique

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C’è un fatto “tecnico” – se possiamo chiamarlo così – e un fatto “ideologico”, nella musica dei Guignol. Il primo corrisponde al modo in cui Pier Adduce e band costruiscono le canzoni, tra testi narrativi che sfociano spesso nella poesia, rime interne e allitterazioni a stabilire il ritmo dei versi, e la capacità di trovare argomenti e temi tra le pieghe dei sentimenti e di una quotidianità fotografata con una grande urgenza. Il secondo è l’immaginario di riferimento della musica del gruppo, ovvero un ventaglio ampio ma coerente che va dal primo Nick Cave al Cesare Basile degli esordi, passando per le terre arse dal sole di qualche cittadina di confine degli Stati Uniti del Sud descritte dalle chitarre elettriche tremolanti, ma anche da una sensibilità wave-post-punk venata da una pulsazione blues ipnotica e sospesa, e da certe malinconie soffuse à la Tenco (qui omaggiato da una rilettura tagliente di Se potessi amore mio).

E poi ci sono i riferimenti letterari che, un disco dopo l’altro, Adduce inserisce nei testi e nei titoli, vuoi come ispirazione, vuoi come citazione diretta: se nel precedente Porteremo gli stessi panni si parlava del poeta Rocco Scotellaro, qui si celebrano Anton Čechov, Dino Buzzati e Italo Calvino, grazie a «paesaggi notturni, domestici, urbani o desolati non luoghi […] abitati da figure scricchiolanti, claudicanti, fragili eppure indomite», per rubare una bella definizione del comunicato stampa. Che è un po’ l’universo entro cui si muovono i Guignol, con le loro storie di perdenti sedotti dalla parte più nascosta della luna e incastrati tra slide guitar uncinanti (la bellissima Il pendolo) e reggae trasfigurati (Un altro modo), ballad in odore di Birthday Party decontestualizzate da organi soul (Il vizio) e ardite escoriazioni rock-blues (Via Crucis).

Ma è tutto il disco a reggere le ambizioni di una band che sarà pure lontana dai grandi numeri, ma continua una stilizzazione personale e intrigante di certe sfumature tendenti al nero. Senza tacere di un modo “analogico” di intendere la musica che non dimentica certe “fisicità” tradizionalmente connesse all’immaginario rock (Le Bonheur) e, per quanto ci riguarda, benvenute.

1 Marzo 2020
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