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Probabilmente chiunque almeno una volta nella vita potrà dire di essere stato salvato da una canzone, da un romanzo appena letto, da un film o da un’opera classica. L’effetto di un prodotto artistico in determinati momenti della nostra vita non ridefinisce solo quell’attimo di improvvisa epifania, ma può rivelarsi catalizzatore di una propulsione in grado di cambiare per sempre le sorti della nostra esistenza. È quanto accaduto al vero Javed, adolescente britannico di origini pakistane costretto ad affrontare anni di bullismo, sia a scuola che nella vita di tutti i giorni, a causa della sua razza, in un periodo storico non proprio favorevole (siamo nell’Inghilterra thatcheriana) e che torna prepotentemente alla memoria proprio oggi, quando lo spettro dell’intolleranza e del razzismo è talmente all’ordine del giorno che in maniera subdola e meschina sta penetrando sotto pelle e, peggio, nella percezione pubblica delle ultime vicende politiche. Ecco che allora la musica di un profeta lontano come Bruce Springsteen, cantore degli ultimi, delle verità quotidiane, degli sconfitti nel fisico ma non nello spirito, dei neoromantici ma con i piedi saldamente per terra, può significare la salvezza per quel giovane, con i suoi testi a costruire un’autostrada in grado di portarlo finalmente via dall’incubo di Luton (cittadina poco fuori Londra dove è ambientata la storia).

Diretto da Gurinder Chadha, regista che già era stata in grado di coniugare problemi come l’intolleranza di stampo razziale e il sessismo diffuso in Sognando Beckham, e co-scritto dallo stesso autore del memoriale da cui il film è tratto, Sarfraz Manzoor, Blinded by the Light vorrebbe disperatamente aspirare al modello dei film musicali che negli ultimi dieci anni sono stati ampiamente ricodificati dalla cura John Carney (autore degli splendidi Once, Tutto può cambiare e Sing Street): ovvero le musiche come parte integrante della narrazione in un insieme coeso e coerente, un’amalgama collaudato tra poesia e musicalità della stessa, tra recitazione e coreografie sognanti. Il problema sta nel dosaggio degli ingredienti. Chadha mette fin troppa carne al fuoco: dalla già accennata intolleranza razziale e religiosa, al contrasto padre-figlio, alle dinamiche dei rapporti d’amicizia a quelle sentimentali, finanche a sfiorare senza mai affondare il colpo sul parallelo tra la storia politica inglese di inizio anni Ottanta e l’oggi, con lo spettro di Boris Johnson ad incombere sul regno di sua Maestà.

A poco servono gli inserti farciti – anche troppo abbondantemente – delle musiche di Springsteen, i cui cavalli di battaglia vengono passati in rassegna al ritmo di un carosello ipercalorico: da Thunder Road a Born to Run, da The River a Dancing In The Dark. Chi è grande amante del Boss sicuramente uscirà ancor più galvanizzato dal suo idolo a fine visione, proprio come il protagonista della storia, ma chi è alla ricerca di un prodotto capace di osare e inserirsi in un discorso sociale e politico preciso rimarrà certamente deluso dalla superficialità con cui vengono affrontati certi passaggi e dove i problemi si dissolvono come la notte al sorgere del sole grazie a una furbizia di fondo già presente nei precedenti lavori della regista e a cui ormai siamo immuni.

29 Agosto 2019
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