Recensioni

6.1

Se a fine 2012 avessi dovuto stilare una classifica personale delle migliori canzoni pop dell’anno, un posto assicurato in top 15 l’avrebbe avuta Wings degli allora esordienti HAERTS, un riassunto per certi versi impeccabile delle macro legioni del pop al femminile di quel periodo, ovvero synth-pop, dream-pop e retromania sophisti-80s.

L’EP d’esordio Hemiplegia – vedi anche SA Presents: Tracks from EPs 2013 – prodotto da Jean-Philip Grobler (St. Lucia) frenò in parte le grandi attese a causa di una cornice attorno a Wings piuttosto ordinaria – per quanto piacevole – e stilisticamente non così in linea con le atmosfere del già citato pezzo da novanta. Quattro brani, troppo poco per giudicare l’operato del quintetto newyorkese. In questo senso ci viene in aiuto l’omonimo album di debutto pubblicato in questi giorni senza troppi clamori mediatici da Columbia, in un momento di massima saturazione discografica come sono da sempre le settimane a cavallo tra ottobre e novembre.

Alla prova del nove il gruppo americano centra un obiettivo (quello di mettere in fila almeno 4-5 brani compatti e funzionanti) ma ne fallisce un altro (cioè realizzare un album capace di durare), finendo nel più classico e stereotipato dei “poteva fare di più”.

HAERTS parte bene con Heart (I will never break your heart) e il suo tiro soft rock di stampo anni ’80 vicino a certe cose targate Fleetwood Mac, non solo per il fatto che è facile intravvedere l’ombra di Stevie Nicks nelle diverse sfumature del timbro di Nini Fabi, ma anche per questioni prettamente musicali e di arrangiamento. Si può dire lo stesso anche di No One Needs To Know, altro highlight di facile assimilazione, mentre Call My Name, pur essendo strutturata su fondamenta mediocri (è tutta tappeti soft-synth e atmosfera cheesy), può vantare una melodia decisamente vincente e ipoteticamente pronta per le radio.

Il meccanismo inizia però a scricchiolare in una seconda metà di tracklist in cui il disco mostra un po’ troppo la corda: dal ruffiano singolo Giving Up (praticamente le compagne di label HAIM armate di synth, invece che di chitarre) a Hope (una Take My Breathe Away dei Berlin senza un hook degno di nota), passando per Lights Out (rovinata da un chorus che non va da nessuna parte) e Be The One (ripetitiva e scialba, probabile b-side inserita all’ultimo), non troviamo nulla che possa elevare la band di Nini Fabi all’interno di un mercato – come quello pop – in cui purtroppo non esiste l’equazione voce+capacità tecniche+buon songwriting=successo.

Ci si aspettava certamente qualche colpo a sorpresa, o almeno una maggiore densità di piccoli classici. Così com’è, HAERTS è l’ennesimo primo capitolo incompiuto che va ad aggiungere gli americani alla lunghissima lista di progetti (vedi anche i BROODS e NONONO) incapaci di portare sul formato lungo un qualcosa di tangibile che vada oltre i singoli brani.

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