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Enola Holmes comincia con la scomparsa dell’eccentrica madre degli Holmes, Eudoria, e con Enola che, parlando direttamente allo spettatore, ci racconta dettagliatamente la storia della sua vita e il motivo per cui era così legata alla madre. Dopo la dipartita del padre e le partenze di Sherlock e Mycroft, le due erano infatti rimaste sole nella tenuta di famiglia. Libera da ogni possibile autorità e controllo maschile, Eudoria avrebbe insegnato alla figlia tutto ciò che non era di competenza femminile nel tardo Ottocento: controllo della mente – attraverso gli scacchi, la decifrazione di messaggi – e del corpo, come combattere e cavarsela da sola. Non per caso, se letto al contrario, il nome Enola significa alone, ovvero sola. La cosa che, con il già citatissimo e altrettanto criticato espediente della rottura della quarta parete, Enola ci ricorda più spesso (e forse troppo) nel corso delle due ore e un quarto di un film che sarebbe potuto durare la metà ed essere il pilot perfetto per una serie televisiva.

Di rotture delle quarte pareti ne conosciamo tantissime. Da Woody Allen, in cui serviva a “spiegare” allo spettatore i propri pensieri come in una seduta di autoanalisi senza fine, a Fleabag, passando per lo splendido Una pazza giornata di vacanza di John Hughes e tante altre esperienze dove la rottura della quarta parete era sia un meccanismo che favoriva una più sentita e immediata identificazione che un modo alternativo per costruire l’impalcatura comica e umoristica del film. In Enola Holmes e Fleabag ne viene fatto un uso che potrebbe sembrare identico ma che in realtà, nel film, funziona ben poco. Entrambe le opere poi condividono la presenza dietro la macchina da presa di Harry Bradbeer, noto per aver diretto moltissimi episodi della serie britannica ideata da Phoebe Waller-Bridge. Tuttavia, se nella serie si trattava di un artificio volto a restituire l’esperienza della visione teatrale (la serie era tratta da una pièce della stessa autrice) acquisendo sempre maggior acume e forza narrativi tanto da rendere lacerante e sofferto il distacco finale, Enola Holmes è un film di sole, ripetitive e prevedibili rotture delle quarte pareti.

E non si sta contestando la scelta di stile, ma come questa scelta finisca per condizionare tutto ciò che si nasconde dietro i primissimi piani di Millie Bobby Brown e il suo indiscusso virtuosismo. Enola Holmes è un film intricato dove le istanze drammaturgiche dei personaggi vengono soltanto esposte e mai scandagliate e in cui risulta monocorde perfino la totemica figura materna intorno alla quale si sviluppa il racconto. Un prodotto di intrattenimento che non stimola ma semplicemente accompagna pigramente la visione.

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