• Mag
    29
    2018

Queenspectra

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A due anni da quel Sense of Wonder che rappresenta forse il punto più alto, fino ad ora, dell’avventura sonica iniziata nel 2012 (e della relativa poetica, ormai ben definita), Marco Acquaviva (in precedenza attivo anche con l’alias U.X.O.) torna al caldo e vibrante jazz sintetico del suo capolavoro, dopo l’intermezzo bucolico dello scorso 2017, il più pacificato, intimo e riflessivo Mimesi: sin dalla prima traccia, Wendehorn, il nuovo Black Mother pare ripartire esattamente dove finiva il disco di fine 2016, quel suono virtuoso e avvolgente dove le distinzioni tra organico e digitale, fisico e virtuale vanno sciogliendosi e perdendosi gradualmente.

Non è però un semplice ritorno ai fasti di un’opera che ha finalmente consegnato al progetto HDADD quella meritatissima esposizione mediatica che prima faticava invece ad arrivare: Black Mother riprende sì il ribollente e tese magma sonoro di Sense of Wonder ma, forse a causa della piega reazionaria e destrorsa di questi nostri tempi (dalla Brexit a Trump, passando per Erdogan e tutti i leader nazionalisti ed isolazionisti eletti in Europa), ne dà una versione più cupa, quasi romanticamente disperata.

Nelle note all’opera l’artista parla di «una colonna sonora immaginaria per Grand Guignol o Freak Show contemporanei»: una bella definizione che esplicita ottimamente l’atmosfera, ma non rende pieno merito a un disco che contiene in sé afrobeat, global-bass, psichedelia mediterranea ed elettronica cosmica: tutte le recenti riflessioni musicali più ficcanti, gli spunti e le influenze del jazz contemporaneo più spirituale o politicamente free e contemporaneamente le derive dell’elettronica più visionaria e plasticamente tridimensionale sono raccolte in questi cinquantacinque minuti. Ennesima testimonianza dell’assoluto valore di un artista sempre efficace (soprattutto da quando ha rallentato un poco con l’iper-prolificità degli esordi).

26 Giugno 2018
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