Recensioni

Heart of Noise: Dub and the Heart of Darkness. Il sottotitolo scelto per la sesta edizione del festival di Innsbruck dedicato alla musica sperimentale è una chiarissima indicazione del concept alla base della manifestazione di quest’anno: tra i colorati ritmi in levare originari della Giamaica e quel Cuore di Tenebra che rimane alla radice della proposta HoN, la distanza è più breve di quanto si possa pensare. Se quindi nell’edizione 2015 il ponte era tracciato verso la techno (non sempre) ortodossa di (grossi) nomi come Objekt, Perc, Shifted, Innode e Klara Lewis, questa volta l’attenzione si sposta su un’ossatura ritmica che nascendo dal reggae arriva fino all’afrofuturismo, con i nomi di punta del cartellone rappresentati da una leggenda vivente come Lee “Scratch” Perry per il primo e da Kode9che riprende l’isolato episodio di The Bug dello scorso anno – per il secondo. La darkness citata indica però anche una certa (e inedita, rispetto alle passate edizioni) oscurità attinente all’esoterismo e a fascinazioni misticheggianti, sottilmente trasversali a molti artisti in cartellone – dalle sinistre possessioni druidiche di Eartheater al hi-fi shamanism Aisha Devi – e capaci di regalare al festival una vaga e nuova atmosfera a tratti ritualistica.

HoN si conferma una realtà stimolante e perfettamente organizzata, in grado di offrire un programma di impressionante varietà sia a livello di forme (installazioni, conferenze, proiezioni e, ovviamente, esibizioni musicali) che di colori (dall’elettronica d’ascolto – ci siamo capiti – a quella più ballabile, dal grande nome alla bella scoperta locale, fino alla performance art), e al contempo un’atmosfera di conviviale familiarità e propositiva apertura verso l’espressione artistica più free-form possibile. Il festival rimane inoltre rigorosamente “a misura d’uomo”, con location sempre suggestive e facilmente raggiungibili muovendosi esclusivamente a piedi nel centro di Innsbruck.

Primo giorno: giovedì 2 giugno

Con l’affascinante teatro Stadstaal, in cui il festival si è svolto nella passata edizione, demolito per lasciare posto alla nuova muzik hall cittadina in costruzione, la base principale della manifestazione si sposta al Treibhaus; una location più intima e raccolta anche solo per le minori dimensioni, ma ugualmente affascinante. L’apertura del festival è affidata a quelli del collettivo Tauriges Tropenorchester, che bardati in impermeabile giallo, suonano disposti in cerchio al centro del giardino interno al locale e del pubblico, per un’ora di set a base di contaminazioni oscillanti tra ritmi in levare, noise e ambient. Spazio poi per il dub colorato e a tratti spassoso di Jacques Palminger and The Kings of Dub Rock, trio tedesco con la passione per uno storytelling piuttosto verboso che risulta purtroppo poco fruibile da chi non mastichi la lingua teutonica e che finisce per stemperare la godibile carica dei pezzi più ballabili.

Ci spostiamo all’interno del Treibhaus per il primo big di serata: Thomas Ankersmit, compositore olandese che ha in passato collaborato – tra gli altri – con Valerio Tricoli (visto peraltro già nella passata edizione di HoN), dà vita ad un flusso sonoro continuo di sperimentazioni sul sintetizzatore analogico modulare Serge; tra distensioni ambientali e minimalistiche, bordate droniche e ricerche elettroacustiche, il risultato è quasi una extreme version di Interstellar OST post-apocalissi, estenuante e a tratti disturbante per alcune frequenze raggiunte, ma nondimeno ricca di fascino.

L’apice di giornata è prevedibilmente costituito dall’esibizione di Colin Stetson e Sarah Neufeld: il celebre sassofonista e la violinista degli Arcade Fire, coppia nell’arte e nella vita, suonano brani estratti dal loro primo disco insieme Never Were the Way She Was (che trovate recensito su queste pagine da Stefano Pifferi), con il primo a tratteggiare gli scheletri ritmici e compositivi con un muro sonoro ai confini del drone, e la compagna ad addolcire il tutto stemperando la psichedelia con cascatelle di note al violino. Livelli elevatissimi di tecnica ed intensità, meritata standing ovation finale da parte di tutto il pubblico presente.

Chiude questa prima giornata il dj set di Pole, a base di estratti dal suo ultimo lavoro Wald (recensito su SA da Edoardo Bridda) tra dub 70’s, dancehall e fumosità glitch.

Secondo giorno: venerdì 3 giugno

Nel primo pomeriggio il festival si trasferisce al cinematografo cittadino per la proiezione di due film/documentari sperimentali dedicati al mondo e alla musica del Lee “Scratch” Perry previsto per sabato sera, intitolati Black Magic Marker (di Dani Gal) e Vision from Paradise (di Volker Schaner). L’apertura musicale si svolge invece a partire dalle 18:00 sul tetto del lussuoso Adlers Hotel, l’edificio più alto di Innsbruck, per tre ore di dj-set a base di dub e reggae condotte da Sugarcane Soundsystem, Hey-O-Hansen e soprattutto Tapes, oscuro progetto che contamina i canonici ritmi in levare con oscurità vicine all’industrial, alla psichedelia occulta e alla library music.

Il primo act ad esibirsi sul main stage del Treibhous è il duo Hypercycle, una performance art fatta con un sintetizzatore modulare alimentato direttamente attraverso la pedalata di un apposita bicicletta installata sul palco, per un esperimento curioso e nulla più.

La seconda ad esibirsi è Eartheater, tra esoterismo, riti sciamanici, disturbanti contorsioni e aperture pop, con una chitarra ora distorta ora limpida, spesso reiterata e stratificata a colpi di loop station, alternanza di voce femminile pulita e filtri di demoniaco timbro maschile: dispersiva e spesso confusionaria ma a tratti estremamente suggestiva ed evocativa. Segue il dj-set tra dub e dancehall di Deadbeat accompagnato dal vocalist Tikiman, danzereccio e coinvolgente il giusto.

L’esibizione successiva, un’opera di performance art del collettivo Fuckhead intitolata The Heart of Darkness pt. 3/Das Grauen, rappresenta il momento più disturbante e genuinamente inquietante di tutta la manifestazione. Dopo un incerto incipit a base di danze spastiche su raffazzonate basi post-rave e un’onirica parentesi di storytelling, gli attori sul palco danno il via ad una spirale apparentemente senza fine di visioni scioccanti e via via sempre più sinistre, tra auto-fustigazioni, oscuri riti pagani, masticazione e rigurgito di ortaggi, mutilazioni, cannibalismo e danze tra lo stregonesco e il nazistoide, fino all’orrorifico gran finale con cumuli di carcasse umane su cui banchettano giganteschi corvi antropomorfi. Con un’estetica autenticamente creepy senza mai scadere nel banale, a metà strada da un Curtain dei Portal e gli scorci più visionari de Le Streghe di Salem, la performance irretisce e spaventa allo stesso tempo. Non per tutti.

Il nuovo ed atteso live di Kode9 è invece semplicemente fantastico: Goodman suona supportato dai visuals interattivi di Lawrence Lek, che guida un drone tra gli ambienti virtuali del hotel alla base del concept di Nothing, confermando anche in sede live le intuizioni che il nostro Gabriele Marino aveva anticipato nella sua recensione: Kode9 si tiene a debita distanza tanto da ogni forma di hauntology quanto, forse per la prima volta in maniera così radicale, da ogni strascico di dub. L’afrofuturismo ha parzialmente ceduto il passo al retrofuturismo, per cui l’ambient-techno e un impianto ritmico sostanzialmente footwork spostano l’asse molto più verso Rabit, Fatima Al Qadiri, Visionist e in parte forse anche Oneohtrix Point Never e l’ultimo Arca, pur non condividendone gli spunti più organici. L’ologramma di Spaceape che compare durante l’esplorazione della struttura è l’unico rimasuglio di una blackness ormai persa in innumerevoli stanze piene solo di niente.

La chiusura di giornata è infine lasciata a Roly Porter, che esegue brani dal suo ultimo Third Law tra esplorazioni cattedratiche, fluttuazioni cosmiche ed occasionali scampoli tecnoidi, per un flusso sonoro non stop immaginifico ed altamente evocativo.

Terzo giorno: sabato 4 giugno

La prima parte della giornata conclusiva del festival si svolge nella bucolica location del Musik Pavillon, situato al centro di Hofgarten (il più grande parco pubblico della città). Qui, con gli spettatori comodamente rilassati su una moltitudine di sdraio disposte davanti al palchetto, si succedono i set di Opcion (tra glitch-noise e sound design), Asfast (un rarefatto e fluttuante magma sonoro tra kosmische musik, distensioni droniche e cadenze post-dubstep), Ulrich Troyer (il più dub e ballabile del lotto) e l’ambient tra glitch, drone e sound design di Peter Kutin.

La serata al Treibhaus è aperta dall’ottimo set di Ilpo Väisänen, tra minimal techno e infiltrazioni dub (coerentemente col tema della manifestazione), ma la prima delle più attese esibizioni di giornata è il seguente live di Aisha Devi: l’auto-battezzato hi-fi shamanism dell’artista si dimostra sicuramente più efficace in sede live che su disco, fugando le perplessità riscontrate dal nostro Edoardo Bridda in recensione e dando vita a un’esibizione ipnotica e ricca di pathos ed evocatività; equidistante dalle produzioni organiche mutanti dell’ultimo Arca e da una ritualistica spiritualità orientaleggiante, la Devi incanta ed ammalia i numerosi spettatori presenti con una vocalità impressionante e bellissimi visuals a base di rimandi esoterici e divinità antiche e pagane.

A seguire, l’artista locale Treibgut presenta il suo album di esordio Atlas, che si inserisce nella collana Heart of Noise Vinyl Edition tra soffusa ambient, tanti riverberi glitch e lontani echi di techno fantasma. Il duo Mark Fell & Gábor Lázár propone invece per la prima volta live estratti dall’album del 2015 a quattro mani The Neurobiology of Moral Decision Making, chiudendo i set al Treibhaus Turm con un’ora di esplorazioni minimal techno.

Per il gran finale ci trasferiamo nel Treibhaus Keller, al piano inferiore del locale, dove avranno luogo le tre esibizioni conclusive del festival. Sul palco fa finalmente il suo ingresso Lee “Scratch” Perry che, agghindato con la sua celebre “divisa” di ordinanza e immancabile blunt alla mano, tiene fede alla sua fama di istrione supportato da Dubblestandart. A seguire, i set prima del progetto Porter Ricks di Thomas Köner e poi di Echospace viaggiano sulle rispettive consuete frequenze (davvero bassissime nel caso di Köner) ibridando con sapienza techno berlinese e dub, e chiudendo significativamente questa edizione di HoN con due delle più organiche commistioni tra le due anime descritte in apertura.

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