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7.4

Nome nuovo per musicisti di vecchia data riuniti in quel di San Francisco, già di per sé garanzia di una determinata e ben evidente rotta musicale, sotto questa nuova (piccola) big sensation oltreoceano. Charlie Saufley, Ethan Miller, Meg Baird e Noel Von Harmonson dovrebbero essere noti a chi traffica col sottobosco psychedelic-folk (ma non solo) a stelle e strisce avendo prestato a vario titolo i propri servigi musicali a Comets On Fire, Espers, Howlin’ Rain, Sic Alps, Assemble Head In Sunburst Sound e Six Organs Of Admittance.

Facile comprendere quale sia il perimetro in cui il quartetto si muove. Di base c’è lezione impartita negli anni Sessanta e Settanta dai grandi nomi della scena psych-rock, dai Jefferson Airplane in giù, e che sembra essere penetrata a fondo nei quattro protagonisti; poi sulle ascisse le pastorali bucoliche e quasi evanescenti nella loro volatilità eterea e sulle (dis)ordinate le digressioni sostanziose di psych-sound spesso deragliante. Un ibrido al limite dell’ossimorico di cui tracce come Oriar o soprattutto la suite Rama, centrale snodo dell’intero lavoro coi suoi 10 minuti di durata, sono reale paradigma, e che fanno di Heron Oblivion, sebbene sia composto solo da sette brani, un disco quasi eterno, con quelle chitarre languide via wah-wah e la voce cristallina di Meg Baird – abituata sia alla prorompenza new weird impartita dai Comets, sia all’idillio bucolico dei Fairport Convention (il paragone con Sandy Denny viene spontaneo) e dei suoi più recenti Espers – che si fanno strada sin dall’incipit del disco, Beneath Fields.

È molto interessante osservare come (mini)supergruppi come gli Heron Oblivion sembrino giocare in totale indipendenza rispetto ai pur liberi e non rigidi schemi dell’underground di solo qualche tempo addietro. Osare cioè costruire una musica che taglia trasversalmente molti panorami – dalla weird america al primitivismo, dall’americana più sognante a certa psichedelia docile – senza preoccuparsi di appartenenze o coerenze, addirittura affrontando nuove sfide in sede di strumentazione (la Baird alle pelli, Miller al basso, Von Harmonson e Saufley alle chitarre) e sfilando via con nonchalance tra leggiadria e densità sonora, giustapponendo esplosioni fragorose e poesia placida (Seventeen Landscapes) e alternando coralità e solo, tradizione e innovazione. Elementi diametralmente opposti che però dimostrano di saper convivere pacificamente, con uno sguardo verso il futuro.

Quando poi si decide di partire da subito per la tangente drogata e ossessiva come in Faro, allora le cose si mischiano ulteriormente tirando in mezzo una specie di dream-pop affogato in refrain psycho-rock con una Baird che sembra far rivivere lo spettro della Kim Gordon annoiata dei primi lavori dei Sonic Youth, finché sotto sembrano proprio apparire le chitarre smostrate di un ibrido tra i sonici e i Comets stessi. E dimostrandoci come questo album sia un piccolo gioiello un mezzo passo avanti i tempi cupi (ma non troppo) in cui ci ritroviamo a vivere.

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