Live Report

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Ci troviamo stasera al Dal Verme principalmente per ascoltare gli islandesi Hjaltalín, ci perdonino gli altri partecipanti alla seconda serata della rassegna di fine maggio milanese Liveacross (29/30). Che si apre con uno dei momenti migliori della serata, la sonorizzazione, da parte dei Giardini di Mirò, del film muto Il fuoco (di Giovanni Pastrone, 1916), appena restaurato dal Museo Nazionale del Cinema. Post rock e shoegaze dosati con maestria e grande effetto creano una atmosfera palpabile. Neil Halstead (Slowdive e Mojave 3)  appare invece a tratti soporifero e un tantino prolisso. Ma prima di lui ci pensano a scaldare l’atmosfera gli islandesi.

Detto che il pubblico non era numeroso ed era piuttosto tipico delle rassegne festivaliere cinematografico-musicali, gli Hjaltalín hanno goduto, per tutto il tempo dell’esibizione – un’ora scarsa – del sostegno da parte di un rumoroso seguito – piccolo ma compatto – di loro connazionali, magari in trasferta concerto, chissà. Che hanno fatto il tifo, applaudito, cantato e urlato, riscaldando l’atmosfera non troppo rovente a dire la verità.

La formazione, che abbiamo conosciuto nei mesi scorsi con il bell’esordio Sleepdrunk Seasons, (prodotto da Benni Hemm Hemm con Gunnar Tynes dei Múm) propone prima timidamente poi con più convinzione il proprio chamber pop impetuoso e lirico, molto vicino ai primi Arcade Fire, ma non eccessivamente barocco,compreso di fagotto e violino, ricco di cambi, variazioni in tempi e mood e stratificazioni assortite. Si aggiunga a tutto questo una naturale facilità alla melodia e una più che buona alchimia di gruppo. Il leader Hogni Egilsson (voce e chitarra), un mix vocalmente tra Jónsi dei Sigur Ros, Antony e Jens Lekman è doppiato al canto dal lato femminile di Sigga (Sigríður Thorlacius), da cui ci si aspettava magari una maggiore presenza scenica a fargli da contraltare e non una figura piuttosto intimidita e in disparte. Comunque  il loro tratto distintivo armonico evidente su disco c’è tutto e questo basta.

Viene suonato quasi tutto l’album, alternando estratti cantati sia in inglese che in islandese, mini suite orchestrali, pop song e tutto l’armamentario che abbiamo imparato a conoscere, un misto di Bacharach o Hazelwood, musica colta e folk inglese dei Settanta, Sufjan Stevens e Belle & Sebastian, tutto con piglio molto easy e con discrezione.

La sostanza c’è, a livello di esibizione live servirebbe una maggiore coesione e presenza scenica di gruppo, insieme a un po’ più di sicurezza nelle loro capacità e a una consapevolezza che ancora non hanno del tutto acquisito. Ma si faranno, da questo punto di vista, c’è da scommetterci.

20 Giugno 2009
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