• feb
    01
    2008

Album

EMI

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C’è grosso fermento dietro al fatidico numero tre per i cinque soul nerd albionici: un promo blindatissimo con speaker robotico che pasticcia durante tutta la sua durata, un’orda di indie kid now generation che non vedono l’ora di farne una bandiera, nonché i loro avatar scribacchini che già da un mese vomitano fiumi di parole nei forum e nel web con recensioni e cronache track-by-track, commenti esultanti e bla bla bla. Sono fatti troppo potenti per non essere analizzati, pure più della bontà del disco stesso, specie poi in questi Duemila magmatici e intimamente distratti, farraginosi e soprattutto in ipercinetica reinvenzione/immersione nel passato “dove tutto suonava più vero” (quando invece nei Novanta degli Spencer, dei Primal Scream e dei Beck quel passato veniva reinventato orgogliosamente con un distillato di postmodernità naïf).

Dunque, white soul “laid back”, formula vecchia per un paradigma che si vuole sempre più presente, gli Hot Chip sono la versione 2.0 da cameretta dell’r’n’b dei Timberlake e Timbaland da stadio, una sintonizzazione su un minimo condiviso molto più trasversale e contagiosa della ferraglia hardware incrostata dall’anacronismo indie o dall’iper-tech futurista post-pasticcaro dell’undeground dance. Una bandiera europea che scavalca a destra la Morr Music fatta da indie kid stufi della depression che vanno a ballare in casa di amici in accordo con il trend proibizionista cofferatiano.

Il sentire duemila interseca gli Ottanta (il soul bianco) e i Novanta (l’onda lunga della generation E), e ancora, il Breakbeat e il Synth Pop piroettati in cassa dritta a piacere con una spolverata di origini (Kraftwerk e New Order). I nostri Amari già avevano attinto da questo vaso proprio in dialogo a distanza con i nostri, ma ora i mentori brit – inevitabilmente sotto i riflettori- squarciano il velo sempre più vicino della prima decade 00, major sotto il culo e distribuzione con i cannoni puntati.

Il synth cosmico di Out At The Pictures, lo slowtempo intimistico e questa volta “saggio” di Whistle For Willfunzionano bene e il disco regge ascolti ripetuti senza scollacciarsi, anche se in certi punti la strizzatina d’occhio diventa quasi un “fuck you”. C’è pure una hit degna di Over And Over che probabilmente è Ready For The Floor. Ma questo è un album di attitudine più che di pezzi e gli Hot Chip sono now-ninja, cavalieri Jedi del today-floor, per quanto pericolosa può essere – in senso prospettico – la loro (messa in) scene. Per ora ci accolliamo il rischio. Quel che sarà, domani, sarà.

3 Febbraio 2008
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