• mag
    27
    2014

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Owsla, !K7

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In un singolo del 2013 intitolato Boreal Remixes, alla traccia principale venivano accostati dei remix di Blood Diamonds, Brillz, Phantoms, Daedalus e Teebs. Ascoltando quei brani, si intuiva che il passaggio dall’esordio omonimo a questo sophomore sarebbe stato forse influenzato da bassi più pesanti, da accordi estatici che avrebbero richiamato lo stupore pop sublimato da Enya, e che sarebbero state utilizzate percussioni à la Four Tet, quella sorta di strumento tipico dell’elettronica degli anni Dieci caldo ma non troppo, utile ad alzare le frequenze medie e a far scaldare gli animi, e usatissimo infatti nella parentesi glo anche da Toro Y Moi. Per finire, potevamo ipotizzare che ci sarebbe stata qualche battuta hip-hop in slow motion e qualche ripetizione minimalista à la Gold Panda. Tutte cose che negli ultimi anni avevamo sentito nelle produzioni Cascine (Jensen Sportag, Chad Valley e altri più o meno sconosciuti), sui brani dei Braids, o nel folk illuminato di artisti del calibro di Julia Holter o altri della cricca Domino.

Il suono del gruppo di Gainesville, Florida, è caratterizzato dal ritorno di un’estetica che assomiglia molto alle prime cose di Björk, un pop che per strumentazione si adatta benissimo sia al remix/dancefloor, che alla meditazione e al songwriting. Come a dire (il parallelo d’obbligo è con l’album Debut dell’islandese): anche qui il tappeto compositivo può essere preso e rivoltato secondo le mode del momento (nel Thistle EP del 2012 una traccia più o meno a cappella con qualche percussione in ostinato è stata rivista da nomi eterogenei: AraabMuzik, Tokimonsta e altri).

Il passaggio dall’esordio è quindi stato modellato su una consapevolezza che va di pari passo con lo zeitgeist musicale indie-pop contemporaneo. Nel primo singolo Cavity ci sono ancora i richiami alla già citata Björk, ma con quella spocchia un po’ hipster che, se vogliamo, è anche farina del sacco di Lana Del Rey. Il secondo singolo Nowhere è invece pura percussività tribalistica che starebbe bene in uno strano mix vocale di Sade, Four Tet, Damon Albarn e i Police. Proseguendo troviamo poi cori a cappella che fanno meglio dei Fleet Foxes (l’opener Show Me Love) e una frontman femminile. La figura della cantante che gestisce la band è per certi versi passata di moda in molti gruppi di oggi; le cantanti fanno infatti band-a-sè, vedi ancora Lana, Lorde o Miley Cyrus, per dirne tre. Anni fa invece ci potevano essere i Lali Puna, gli Stereolab, i Broadcast o ancora più indietro i Cocteau Twins. Il sentimento femminile nel suono degli Hundred Waters torna su quei passi ed è una cosa intima, che riscatta in un lunghissimo attimo il femminile “buono”, quello che va contro le inutili pose finto incazzate (M.I.A.) e gli show sexy del twerking più becero (Iggy Azalea, Miley Cyrus e compagnia sculettante).

Questo è il pop che (come direbbe Nanni Moretti) ci meritiamo oggi. Un disco che ingloba la lezione di Alt-J e xx vari (per la malinconia), ci mette una tonnellata di effetti nu-soul (Cavity), ma taglia tutto anche con una solida base disco sperimentale (Radiohead-meets-Brian Eno in No Sound), cineserie Björk (Out Alee, [Animal]), qualche tocco electro (il disco esce infatti sulla label di Skrillex), vocalizzi pop à la Coldplay (brividi per gli acuti di Chambers) e ovviamente intimismi James Blake (Broken Blue).

L’eredità post-millennial, che non sembra essere stata portata avanti da nessuno dei gruppi caduti prima del 2010 (vedi la sostanziale perdita di significatività dei vari Klaxons, Clap Your Hands Say Yeah, Akron/Family, etc.), viene sintetizzata mirabilmente dal digit-rock-folk degli Hundred Waters. I nuovi Arcade Fire? Verrebbe da dire di sì.

Quello che deve accadere, accade, dicevano Ferretti e Zamboni. E allora eccoci qui: nessuno aveva pubblicato un disco pop “così giusto nel momento giusto”, un riassunto di tutto quello che ci siamo detti negli ultimi (quasi) tre lustri e che doveva essere rimescolato a puntino (i Dirty Projectors ci sono arrivati a un pelo, ma non hanno le potenzialità pop di questo combo). Disco dell’anno tout court per chi scrive. Grazie ragazzi, ora potete anche sciogliervi, il capolavoro l’avete già scritto. Da brivido.

27 giugno 2014
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