Recensioni

6.8

Sembra ieri, ma sono già trascorsi undici anni da quando conoscemmo gli Hurts, duo inglese innamorato del synth-pop d’antan ma con la voglia di contaminarlo con sonorità più attuali, grazie a Wonderful Life. Singolo indovinatissimo, video sobrio, immagine misteriosa, ammiccamenti a certe sonorità europee degli anni Ottanta buone sia per i club sia per le radio (non solo l’italo-disco parca di bpm, ma pure il pop teutonico di Sandra e Michael Cretu pre-Enigma) con un occhio sempre attento al termometro del kitsch per evitare cadute di stile. Dopo un album molto atteso e dalle buone vendite (Happiness) ne arrivò un altro con cui è proseguito il discorso spostandosi talvolta verso sentieri più impervi, quasi alla Nine Inch Nails (Exile), ma i due lavori successivi, se da una parte hanno mostrato un volto più disteso e melodie più solari, hanno visto la formula di Theo Hutchcraft e Adam Anderson annacquarsi e spersonalizzarsi. Due dischi con cui i Nostri sono rimasti intrappolati in un limbo, a captare i trend del momento un tantino in affanno (un pericoloso indizio è stato il grossolano su-le-mani in stile David Guetta/Bob Sinclar di Nothing Will Be Bigger Than Us).

Cosa si fa per tornare in carreggiata e dimostrare, al contempo, che si è tutt’altro che smarriti? Facile: si torna alle origini. E in parte è questo che Theo e Adam hanno fatto per il quinto disco, Faith. Stavolta però i testi cupi e gli accordi minori sembrano meno studiati, più sinceri – così come meno patinato è il loro ritratto in copertina: se prima sembrava fossero i Pet Shop Boys i modelli di riferimento, qui Theo ha i capelli lunghi e i peli sul petto visibili, quasi volesse emulare il Dave Gahan di Songs of Faith (ehm…) and Devotion. Si parla di problemi mentali e di crisi di mezza età, e la musica (spesso ispirata) si presta bene al servizio. Non ci si aspetti, però, di trovarsi nel bel mezzo di un revival dei paninari. Gli agganci col presente ci sono, eccome se ci sono (Somebody, per esempio, ha un debito evidente con gli Imagine Dragons), ed è una scelta oculata: d’altronde non è più il 2010, e da allora si sono susseguiti diversi act intenti a riportare in auge il pop elettronico di matrice ottantiana (gli Years & Years ne recuperano il lato più gioioso e danzereccio, Christine and the Queens attualizza a suo modo, e con i mezzi che ha a disposizione, il potente messaggio di Annie Lennox degli Eurythmics e assistiamo ormai alla mutazione genetica degli Ulver, ormai sempre più vicini ai Depeche Mode).

In più un album eclettico scorre senz’altro meglio: di conseguenza a una Voices che si allinea senza fatica alle produzioni pop-soul dell’ultimo decennio si alterna un momento come Suffer che suona come un autentico ritorno alle radici. C’è spazio per la sperimentazione in Fractured, con sentori Timbaland, secca e spigolosa, che lavora in sottrazione, ma anche per gli accordi tried-and-true di Slave to Your Love (un po’ Sweet Harmony dei Beloved, un po’ Diamonds di Rihanna, il tutto con un arrangiamento elegante, un ritornello soul e dei cori che sembrano presi di peso da un disco dei Deep Forest) e una ballad pianistica d’impatto come All I Have to Give che sembra quasi composta per le corde vocali di Adele.

C’è qualche reminiscenza di In the Air Tonight di Phil Collins nei suoni costruiti per Liar, canzone che si colloca strategicamente al centro della tracklist, mentre la conturbante Numb gioca a mescolare gli U2 del brano con cui condivide il titolo con Trent Reznor e Deeper Underground dei Jamiroquai evocata nel riff. Attimi di tensione che vengono stemperati da un altro “lento” di quelli emozionanti, Redemption, che si regge su arpeggi pianistici, archi leggiadri e un crescendo da colonna sonora (chitarra, fiati e un coro solenne): chi ha amato Somebody to Die For e confidava in un ritorno in forma smagliante può ritenersi accontentato. E apprezzerà sicuramente anche White Horses – ovvero gli Hurts che fanno gli Hurts (e ci riescono pure bene).

Faith è un disco furbo ma ricco di intuizioni, alcune delle quali si rivelano subito e altre necessitano di più tempo e attenzione. Gioca sulle scale di grigi, ma senza cadere nell’autoparodia – i colori sono quelli tenui di un tramonto, non di rado carichi di poesia. Li davamo per persi, e invece gli Hurts dimostrano che senza troppe pressioni (il rapporto con la Sony Music si è interrotto) e con una buona ispirazione è ancora possibile scrivere oneste canzoni pop con tutti i crismi. Consigliato soprattutto a chi, in un disco così, non ci sperava più.

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